IL DISCERNIMENTO PER ANNUNCIARE L’EVANGELO IN UNA SOCIETA’ « USA E GETTA »

 

 

 

Le sfide per le chiese battiste in italia nelle parole di Giovanni Arcidiacono

 

Intervista di Alberto Corsani in “Riforma.it” del 15 Nov 2016

Giovanni Arcidiacono - Presidente dell'UCEBI. ( immagine del nov 2012 in occasione di Assemblea Ordinaria UCEBI )
Giovanni Arcidiacono - Presidente dell'UCEBI. ( immagine del nov 2012 in occasione di Assemblea Ordinaria UCEBI )

 

Il discernimento per cambiare il nostro stile di vita, impostandolo sulla base della denuncia profetica e dell’annuncio evangelico. La profonda convinzione di Giovanni Arcidiacono, eletto presidente del Comitato esecutivo alla 44a Assemblea dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (Chianciano, 29 ottobre – 1° novembre) parte da uno sguardo alla società che ci circonda.

 

D. Quali sono le sfide che le chiese hanno davanti a loro ?

R.

«Le sfide che le nostre chiese hanno di fronte derivano da un inesorabile svuotamento del senso della vita. La globalizzazione ha sconvolto il nostro modo di vivere in poco meno di due generazioni: da una prospettiva di diritti e di solidarietà si è passati a un progressivo smantellamento della solidarietà sociale, dei diritti e in qualche caso anche delle istituzioni democratiche.

 

In Italia a partire dal 2008 gli effetti della delocalizzazione di imprese in paesi a basso costo di manodopera hanno portato vantaggi ai ceti più alti e svantaggi per i più deboli; i giovani sono senza lavoro, senza diritti né certezze né futuro. A questo si accompagnano gli stili di vita tipici di una società postmoderna, consumistica, del “compra, usa e getta”, in cui non sono ammessi i poveri né gli immigrati. Ora, un’economia che impoverisce larghi strati della popolazione non è al servizio della vita ma è contro la vita.

 

È un’economia senza fini: il presunto fine del “benessere sociale attraverso il benessere individuale” è in realtà assorbito dell’egoismo e dal proprio interesse. Perciò una delle sfide più serie per le nostre chiese è quella di contrastare attraverso il lieto annuncio dell’Evangelo lo svuotamento del senso della vita di cui è pervasa la nostra società.

 

Un compito profetico che ci chiama a lottare per la giustizia, perseguendo la pace e salvaguardando il creato. Per far questo è necessario praticare il discernimento del tempo in cui viviamo, mettendosi all’ascolto della Parola di Dio.

 

Sul piano individuale del discepolato e della consacrazione, vuol dire convertirsi da uno stile di vita consumistico a uno nuovo, in cui la sobrietà evangelica trova le sue specificazioni nelle Beatitudini, e cioè nella povertà, nella mansuetudine, nella misericordia, nella purezza di cuore, nell’adoperarsi per la pace e per la giustizia.

 

Serve anche la collaborazione tra chiese storiche e chiese internazionali, condividendo i doni dello Spirito nella convivenza delle diversità, nella pluralità di approcci e visioni multiculturali per poter stimolare e promuovere la conoscenza dell’altro, la collaborazione in progetti di vita comune condivisi per il consolidamento della comunione fraterna e del reciproco arricchimento nella dimensione dell’interculturalità».

 

 

D. Forse proprio per questo un’espressione contenuta nella Mozione programmatica approvata a Chianciano parla per l’Unione battista di «identità sempre in movimento»?

 

R. «Certo i principi su cui i battisti di tutti i tempi hanno fondato la propria identità non sono negoziabili: la concezione della chiesa, il battesimo dei credenti, la libertà di coscienza, la separazione tra Stato e Chiese – princìpi forti, che alle origini del battismo in Europa furono motivo di persecuzioni: oggi, però questi princìpi non impediscono di continuare a ricercare, nel dialogo con le altre chiese, una propria specificità.

 

Ad esempio, la nonviolenza è un principio evangelico che è stato praticato nel XVI secolo in ambito anabattista. Nel secolo scorso M. L. King ne ha fatto un metodo di lotta per i diritti civili negli Usa. Oggi sarebbe utile acquisire come battisti italiani la forma mentis del metodo nonviolento nelle relazioni personali e sociali. Per definire un’identità in movimento occorre anche saper sognare il futuro. Una chiesa che non sogna perde la propria identità. Allora, “identità in movimento” potrebbe anche significare identità aperta al futuro di Dio e ciò soprattutto nella relazione con le altre chiese e con il mondo».

 

 

D. Per molti anni, a fianco all’attività professionale, ha militato in organismi e commissioni delle chiese evangeliche: lo spirito è immutato, nonostante i cambiamenti che attraversano la società e le chiese?

 

R.

«Sì ho una lunga militanza nelle chiese, e la domanda mi fa venire in mente i tempi della gioventù, quando a Bari militavo nel movimento studentesco del ‘68. Ricordo le tensioni che nella chiesa battista si erano aperte in seguito alla costituzione e all’attività del nuovo gruppo della Federazione giovanile evangelica italiana (Fgei) “aperto”, formato da battisti, valdesi, cattolici, laici e atei, le cui esperienze alternative non solo di studi biblici, ma anche teatrali, ci vedevano impegnati a mantenere e anzi a rafforzare il legame con la chiesa locale. E questo legame è stato trainante per tutta l’esperienza dei gruppi e delle chiese evangeliche bmv di Puglia e Basilicata.

 

A livello nazionale, l’esperienza pugliese, e in particolare barese, è stata un’eccezione esemplare. In uno dei primi convegni Fgei, dai risultati di un’indagine sociologica anonima della composizione della neocostituita Federazione giovanile, risultava la militanza di un neo-aspirante professionista, e ciò venne letto come un tradimento dell’appartenenza al proletariato. Per me, non era un tradimento, anzi leggere e interpretare bilanci aziendali, conoscere il quadro legislativo e gli strumenti di analisi dei diversi settori economici è stato per me l’occasione per cercare di piegare le esigenze di un’economia di mercato orientata al profitto alle esigenze dell’economia del dono. In questo senso la mia lunga militanza nelle chiese si è intrecciata con la mia professione di commercialista e con l’insegnamento. Certo lo spirito che ha animato il mio impegno nelle chiese lungo l’arco di oltre quattro decenni in cui il mondo, la società, la complessità della realtà sono cambiati è lo stesso che nel 1972 mi ha gioiosamente spinto nelle acque battesimali, testimoniando la libertà in Cristo anche ai missionari americani, trovatisi per caso in chiesa in quell’occasione, plaudenti al regime dei colonnelli in Grecia».

 

 

D. Accoglienza, comunicazione, interrelazione: che cosa significa?

 

R.

«Accoglienza, comunicazione e interrelazione sono tre concetti vitali per lo sviluppo della testimonianza evangelica nel nostro paese. Per noi battisti, come recita la Mozione programmatica, accoglienza è stata una grande parola che si è fatta prassi. Accogliere, tuttavia, non vuol dire limitarsi a sottoscrivere convenzioni con le chiese internazionali: occorre reciprocamente aprirsi alla condivisione dei doni, alla reciproca fiducia, “anche attraverso gemellaggi, scambi di visite e di pulpito, incontri fra pastori/e e ministri/e. Occorre far crescere il senso della comune appartenenza all’Ucebi rafforzando il patto di comunione evitando etichettature che irrigidiscono le posizioni, dividono e scavano un solco di reciproca sfiducia”. Da qui l’importanza della comunicazione e dell’interrelazione, fondamentali per consolidare l’appartenenza alla famiglia dell’Unione».

 

D. In ultimo, come sta la collaborazione fra le chiese battiste. metodiste e valdesi?

 

R..

 

«La collaborazione bmv sta bene. Ma potrebbe stare meglio. Infatti, la mozione programmatica ha indicato quattro mandati al Comitato Esecutivo:

 

 

 

1. «Allargare la sinergie fra esecutivi e andare avanti in progetti di collaborazione territoriale». I progetti in corso – quindi – vanno bene, ma vanno rivisitati per migliorare la conoscenza, da parte del pastore battista, dei processi sinodali e, da parte del pastore valdese, dei processi congregazionalisti , propri del battismo;

 

 

 

2. «Promuovere una riflessione congiunta sui cambiamenti in atto nel mondo cattolico e sullo stato di salute del movimento ecumenico in Italia». Questo avviene a partire anche dalla visita di papa Francesco al tempio valdese del giugno 2015, un gesto notevole, e del 500° anniversario della Riforma che nel prossimo 2017 vedrà le nostre chiese fare memoria al mondo di oggi;

 

 

 

3. «Studiare la possibilità di proporre una nuova assise comune da progettarsi per il prossimo futuro». Sono trascorsi 26 anni dalla prima assise congiunta di Sinodo valdese-metodista e Assemblea battista (Roma 1990) e 9 anni dall’ultima. Forse oggi vale la pena pensare di organizzarne una nuova considerando le profonde trasformazioni sociali intervenute e le comuni problematiche nei processi di accoglienza delle chiese internazionali;

 

 

 

4. «Continuare la collaborazione bmv nell’organizzazione della settimana di evangelizzazione e di quella dei diritti umani»: credo proprio che su questi mandati si possa fare molto e avviare un processo che rafforzi la relazione bmv».

 

 

2016-11-17