Convegno nazionale Ucebi,

Identità battista in movimento

6-8 aprile 2018

PER UNA GRAMMATICA DELL'IDENTITA'

intervento a cura del Dipartimento di Teologia

 

Il congregazionalismo, se interpretato come autosufficienza delle singole chiese, rischia il settarismo ecclesiale e l'insignificanza pubblica. Solo un'Unione portatrice di una visione, capace di operare alcune scelte e di verificarle sui lunghi tempi, può tutelare le chiese dalla deriva dell'autoreferenzialità e proporsi in Italia come soggetto pubblico in grado di annunciare l'evangelo per le donne e gli uomini nostri contemporanei

 

Intervento della pastora Cristina Arcidiacono. Da Riforma. Foto Pietro Romeo
Intervento della pastora Cristina Arcidiacono. Da Riforma. Foto Pietro Romeo

 

Introduzione

Chi siete voi?” domandò al cardinale Salviati la signora in nero.

Chi sono io? Se soltanto potessi rispondere a questa domanda, se soltanto potessi risolvere per loro questo enigma, le persone che mi consultano sarebbero salve”.

Così la narratrice Karen Blixen fa incominciare 1 uno dei suoi ultimi racconti.

La domanda sull’identità è una domanda su un'identità da confessare, essendo un cardinale, poi, c'è una certa nota professionale! Chi sono io? La risposta del cardinale diventa narrazione. La domanda sull'identità non ha altro ruolo che introdurre l'ascolto di una storia.

Nel caso dell'Unione, dell'Ucebi, le storie sono diverse e raccontate da diverse voci, ascoltate da diverse orecchie, che hanno vissuto tempi diversi.

 

Nel pensare questo intervento, il dipartimento di Teologia, ha provato a ricercare una grammatica dell'identità nel senso di un'arte, un itinerario, un movimento, che ha a che vedere con le persone, con il loro lavoro, con la fatica di vivere in relazione. La grammatica è per definizione contestuale.

 

Convegno Identità battista in movimento. ( RM 6-8 aprile 2018). Intervento della pastora Cristina Arcidiacono.
Convegno Identità battista in movimento. ( RM 6-8 aprile 2018). Intervento della pastora Cristina Arcidiacono.

Declinare le identità

Il riferimento alla grammatica, prova ad esprimere l'importanza per la vita delle chiese del lavoro teologico, inteso come narrazione: “Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni” (1Pt. 3,15). “Chi sei tu? Chi siete voi?”.

Un Dipartimento come il nostro ha il compito di richiamare questa esigenza che sta al cuore di una fede evangelica, niente di più lontano di un esercizio accademico. La teologia, come ha ricordato con forza Karl Barth, è esercizio ecclesiale, che pone alla chiesa la questione della verità di quanto predica, la interroga a proposito della sua conformità a Cristo.

Esempio di un discorso sgrammaticato è quella “deriva identitaria” che vediamo all'opera nella società e nelle chiese. “La sgrammatica senza il tu”. Qui l'identità si riduce alla preoccupazione di affermare ciò che siamo, lo specifico del gruppo a cui apparteniamo e che ci distingue dagli altri (secondo la logica contrappositiva del “Noi e Loro”). Si tratta di una deriva in quanto porta ad un arroccamento geloso e difensivo, timoroso di contaminazioni, chiuso agli altri ed anche al Dio che è Altro dai nostri pensieri (Is. 55,9).

La grammatica delle Scritture ci indica che la vera identità è un punto d’arrivo, più che un punto di partenza. Poiché, “non esiste identità senza conversione (...). La conversione è il cuore dell’identità (...). L’identità è ‘costruzione’, ‘itinerario’. Essa 1 cfr. Cavarero, Adriana, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli, 1997, p.7 ss pertanto non si affianca né all’integrismo passatista, blindato, che nega gli altri e il futuro, né al suo opposto, la rottura dei legami e la fuga in avanti in un pluralismo disorientato” (PCC, Presentazione).

Queste ultime parole sono tratte dal documento prodotto dal gruppo ecumenico di Dombes, intitolato “Per la conversione delle chiese” (1990). Da quel testo, prendiamo la distinzione fondamentale tra identità “cristiana”, identità “ecclesiale” e identità “confessionale”. Si tratta di diversi livelli della medesima identità, che si intrecciano e si sovrappongono; però, riteniamo importante per il nostro dibattito sulla questione dell'identità distinguere questi differenti livelli, perché non si equivochi sulle parole.

L'identità “cristiana” ha a che vedere con la questione della salvezza e, dunque, con l'evangelo della grazia di Gesù, il Crocifisso risorto (in termini neotestamentari, potremmo dire che è il kerygma, l'annuncio essenziale che costituisce il cuore della fede). ( Da questo punto di vista Filippesi 3, 4-11 presenta la doppia identità di Paolo, quella genealogica e quella vocazionale come inutili alla salvezza, “spazzatura al fine di guadagnare Cristo”).

L'identità “ecclesiale” ha a che vedere con l'espressione comunitaria della fede (come i sommari di Atti 2,42-47; 4,32-35 o la riflessione di Paolo a partire dall'immagine del corpo: Chiese come membra del corpo di Cristo, assemblee di credenti in cui si persevera, si è costanti, nell'ascolto, nell'imparare le Scritture, nella comunione, nella condivisione, nella preghiera).

L'identità “confessionale” (o denominazionale) riguarda la forma specifica,

storicamente e culturalmente definita, di vivere l'identità cristiana ed ecclesiale.

È importante riconoscere queste diverse identità, che pure sono intersecate tra loro, per capire di che cosa stiamo parlando. Perché siamo qui?

Vogliamo affermare che la questione affrontata in questo convegno prende in considerazione il livello “confessionale” dell'identità, ovvero l'identità battista e in particolare il modo con cui essa si declina oggi in Italia, nell'Ucebi.

 

Per cui, non si tratta di cadere in un “fondamentalismo confessionalista” che riduce l'identità cristiana a quella ecclesiale e quest'ultima all'identità confessionale. Grazie a Dio (!), noi battisti in Italia non siamo gli unici cristiani. Grazie al lavoro svolto dal movimento ecumenico (nel quale le nostre chiese hanno scelto di coinvolgersi: cfr. articolo 17 della Confessione di fede: l'Ecumenismo), noi dialoghiamo con i credenti che vivono la fede in Gesù Cristo all'interno di altre chiese. Ed il cammino di comunione intrapreso non mira, certo, a condurre i credenti entro un'unica espressione confessionale. Questo non significa che non ci apriamo agli altri, alle loro preziose esperienze di fede, Tuttavia, non ci sogniamo di domandare alla chiesa cattolica, a quelle ortodosse o alle chiese pentecostali di far parte della nostra Unione!

Dunque, partiamo da questa decisiva distinzione e affrontiamo la questione della “identità battista in movimento” mantenendo viva la complessità in cui questo tema

ci impone di stare.

Roma 6-8 Aprile 2018. Convegno "Identità battista in movimento". Esposione libri di teologia
Roma 6-8 Aprile 2018. Convegno "Identità battista in movimento". Esposione libri di teologia

 

Identità in cammino: Atti 15

E visto che nell'esperienza credente la grammatica è data dalle Scritture, e che l'identità è qualcosa che mi viene data dalla narrazione che su di me l’altro, o l’altra, fa, lasciamoci narrare dalle Scritture, evocando una pagina neotestamentaria che riporta un dibattito identitario: quello avvenuto a Gerusalemme e narrato in Atti 15.

L'episodio è noto come la conferenza o l'assemblea di Gerusalemme. “Alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: Se voi non siete circoncisi secondo il rito di Mosè, non potete essere salvati”. Nasce un conflitto. Aperto e dai toni accesi.

Scopriamo così solo ora, che non ci si era posti fin qui il problema di chi è dentro e chi è fuori: nei capitoli precedenti Atti testimonia del successo della missione tra le genti, tra i pagani, a cominciare da Cornelio in Atti 10, per continuare con Antiochia, con i successi di Paolo e Barnaba.

Qui è in gioco l'identità “cristiana”, ovvero si dibatte la questione della salvezza: bisogna essere circoncisi per poter essere salvati? Portavoce di questa identità è Pietro.

Vediamo il discorso centrale, e dirimente, affidato a Pietro. La chiave di volta non sta tanto nei successi missionari, quanto nella discesa dello Spirito in casa di Cornelio e nell'evento della Pentecoste. Pietro afferma che Dio ha già scelto, perché si rivelato ai pagani. In termini teologici, Pietro potrebbe avere la voce di Paul Tillich e dire “ Se Dio ha già accettato l'inaccettabile, in loro, così come in noi, in te, così come in me, come possiamo mettere altri gioghi, altre limitazioni?”

Dal punto di vista retorico, Pietro utilizza proprio quell'opposizione noi-loro, che a volte ci fa essere sgrammaticati: passa però dal noi-loro al loro-noi. È l'orientamento della sua affermazione che interessa. Pietro non dice che i pagani sono salvati allo stesso modo dei giudei, ma partendo dalla salvezza come dono di Dio, che non ha riguardi personali, Pietro afferma “Noi crediamo che siamo salvati mediante la grazia di Gesù allo stesso modo di loro” (v. 11). Sono quindi i giudeo cristiani che sono invitati a rivedere e riconoscere la sorgente della loro fede. L'altro diventa il mio punto di riferimento. L’effetto è di decentrare il soggetto forte (Pietro, i “conservatori”) a favore degli stranieri (gli esclusi per eccellenza)

a) mettendo al centro il proprio bisogno di salvezza

b) usando gli stranieri come punto di paragone.

Io sono come loro, non loro sono come noi. Mi sembra che sia la stessa logica di 10,26. Che cosa rende possibile questo cambiamento prospettico? “La grazia del Signore Gesù”.

Pietro poi sparisce dal racconto di Atti. Questo significa che v. 11 queste sono le sue ultime parole. L'assemblea ascolta poi Barnaba e Paolo e la loro testimonianza. Poi prende la parola Giacomo, che, al v. 20, indicherà una forma confessionale di identità, un compromesso storico, potremmo dire.

La soluzione di Giacomo, è un venire incontro ai rigoristi senza compromettere l’identità cristiana (solo grazia, solo Cristo). Scopo, secondo l’ipotesi di Daniel Marguerat, esegeta specializzato su Atti, era rendere possibile la comunione della mensa tra cristiani di origini diverse.

Se partiamo dall’identità confessionale (Giacomo) sappiamo dagli altri scritti del NT che fu oggetto di interpretazioni diverse, più rigorista o conservatrice, da una parte (i giudaizzanti), più aperta e progressista, dall’altra, (Paolo nei suoi momenti migliori).

Infatti leggendo queste pratiche diverse si poteva ipotizzare un’idea diversa di salvezza. Quindi le domande che possono sorgere sono legittime: “Ma sotto sotto la questione dell'identità non è un problema teologico?” “Ma stiamo parlando dello stesso evangelo?” Per risolvere tale conflitto di interpretazioni che bisogna fare? Tornare all’identità cristiana (v.11). Eppure se tento di risolvere le questioni di identità “confessionali” ricorrendo sic et simpliceter all’identità cristiana si produce un cortocircuito.

A questo punto entra in gioco l’identità ecclesiale la quale media tra l’una e l’altra. A differenza della definizione del documento di Dombes, che ci aiuta nella distinzione, qui l'identità non è un imbuto, dall'universale al particolare, ma l'identità confessionale trova il suo orizzonte, nell'essere parte di un'assemblea, di un gruppo più ampio, della chiesa. Nel nostro brano essa non è altro che la stessa “assemblea di Gerusalemme” con la propria storia, la propria autorevolezza, le proprie procedure. Ovvero, a permettere che si vada dall’identità cristiana a quella confessionale si passa attraverso l’identità ecclesiale, identità come frutto di un cammino condiviso e del riconoscimento della grazia del Signore Gesù nella propria vita. Grazia che manda ad annunciare l'evangelo a chi ancora è escluso o esclusa.

Questo è il nostro punto di partenza e qui torniamo al mandato di “rendere conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni”.

Chi sei tu?”

 

Qui c'è la storia dell’Unione, che si inserisce in una storia più grande, come lo scorso anno, i 500 anni della Riforma e gli studi sulla Riforma radicale ci hanno mostrato: una storia che si intreccia con la storia delle donne e degli uomini che hanno testimoniato la loro fede lottando per la libertà, non solo per se stessi; se penso alla storia più recente, di cui si è parlato in mattinata, penso che gli anni 80 sono stati gli anni della consacrazione delle prime pastore battiste in Italia, che hanno mutato l'identità stessa dell’Unione. E’ significativo che a ricordarcelo siano “quelli di fuori”, anzi “quelle, il coordinamento delle Teologhe italiane, formato soprattutto da cattoliche, che sta producendo un libro sul pasturato delle donne”.

Penso alla scelta del cammino comune con la chiesa valdese e metodista, come modo storicamente incarnato di annunciare una comune speranza, in un paese dove eravamo e siamo, forse oggi più di prima, minoranza. Minoranza per un'idea non sacramentale della fede e dunque della teologia, in cui riconoscere la grazia si fa tentativo di sequela, accettare di fare diversamente da come si è sempre fatto: “contrastare il male senza contrastare il malvagio”, oggi, come al tempo di MLK significa non conformarsi a questo mondo, costruire pratiche condivise in cui si discute apertamente, con amore, anche nel dissenso.

Ma penso anche alla denuncia delle basi militari, dell'Apartheid, delle discriminazioni di genere, che ha dato forma a questa vocazione di minoranza e che ha chiamato anche me, a rispondere sì a Cristo. Forse allora si tratta di recuperare non una struttura o ragionamento binario ( noi-loro, chiesa universale, identità confessionale) bensì trinitario.

È il terzo termine “la grazia del Signore Gesù”, a mediare tra gli altri due. È la grazia del Signore Gesù, che permette di riunirsi e riconoscersi ecclesia, in assemblea, che permette di affrontare i conflitti per capirsi meglio e per discernere. Per capire chi siamo. Nella consapevolezza che la parola sulla mia identità è già stata detta da Cristo.

“Il discepolato, infatti – come recita l'Articolo 7 della nostra Confessione di fede -“comporta l’assunzione, per amore, di gravi responsabilità storiche, mai esenti da contraddizioni e pericoli di compromessi, ma sempre animati dalla speranza del Regno di Dio”.

Quale idea di cristianesimo è espressa dalle chiese battiste in Italia, oggi? Abbiamo un'ipotesi di lavoro concreta, non astratta, un'ipotesi di lavoro parziale, che risponda alle urgenze del nostro tempo, a quei segni dei tempi che non sono la cronaca, troppo schiacciata sull'immediato, ma possono essere evidenziati da un'attenta lettura ad ampio respiro, che fa memoria del passato e si apre al futuro?

Avere un'identità confessionale, da giocare qui e ora, significa pensare ad un'Unione che non sia un contenitore amministrativo per una pluralità di chiese, che si muovono ognuna per conto suo. Il congregazionalismo, se interpretato come autosufficienza delle singole chiese, rischia il settarismo ecclesiale e l'insignificanza pubblica. Solo un'Unione portatrice di una visione, capace di operare alcune scelte e di verificarle sui lunghi tempi, può tutelare le chiese dalla deriva dell'autoreferenzialità e proporsi in Italia come soggetto pubblico in grado di annunciare l'evangelo per le donne e gli uomini nostri contemporanei. Soprattutto per quei soggetti marginali, che le nostre strategie ecclesiastiche relegano ai margini, nonostante fossero gli interlocutori privilegiati del profeta non giudicante, Gesù.

 

Roma 6-8 Aprile 2018. Convegno "Identità battista in movimento". Chiesa dbattista di Roma Centovelle, sede di svolgimento del convegno.
Roma 6-8 Aprile 2018. Convegno "Identità battista in movimento". Chiesa dbattista di Roma Centovelle, sede di svolgimento del convegno.

 

Una cicogna come conclusione

Karen Blixen racconta una storia che le raccontavano da bambina: “un uomo, che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore; uscì allora al buio e si diresse verso lo stagno ma, nell'oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte; finché trovò una falla sull'argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla, e solo quando ebbe finito se ne andò a letto; la mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato la figura di una cicogna”.

Quale sia il disegno, l'impronta che l'Unione lascia nella società non è dato a noi che la viviamo saperlo. La storia, e con essa, le storie stesse narrate nelle Scritture, si sottraggono al delirio di onnipotenza umano che vuole tutto controllare e tutto definire. E questa è anche la libertà di Dio. Libertà dello Spirito di soffiare, dentro e fuori le chiese. E di dirci chi siamo raccontandoci la nostra storia.

 

 

Per il dipartimento di Teologia,

la segretaria,

Cristina Arcidiacono, pastora