DOCUMENTO SULL’ECUMENISMO

 
 

 

 

( diffuso nelle chiese battiste il 25 Luglio 2017 )

 

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Introduzione

 

Interrogarsi insieme su quanto lo Spirito oggi dice alle chiese: questo, anzitutto, è l’ecumenismo per le chiese valdesi, metodiste e battiste in Italia, impegnate nel movimento ecumenico sin dai suoi primi passi.

 

Pertanto, consideriamo l’ecumenismo uno stile di vita improntato al dialogo. Quasi vent'anni dopo l’approvazione del documento sinodale L’ecumenismo e il dialogo interreligioso (1998), le chiese valdesi, metodiste e battiste desiderano tornare sul tema, con l’intento di giungere ad una comune comprensione della questione ecumenica, insieme ai loro partner.

 

Gli scenari socio-culturali, politici ed ecclesiali sono mutati al punto da richiedere un nuovo discernimento del nostro contesto e delle sfide che l’ecumenismo è chiamato ad affrontare. La visione ecumenica alla base di quel testo, e di quelli che lo hanno preceduto[1], centrata sulla comunione tra chiese diverse, resta l'orizzonte nel quale ci muoviamo, che abbiamo ereditato dalla Riforma e che riteniamo adeguatamente fondato nella testimonianza del Nuovo Testamento.

 

Due tendenze opposte appaiono segnare la vita delle chiese cristiane: la spinta identitaria da una parte e una sorta di appartenenza fluida dall’altra.

 

Alla prima si attribuisce il cosiddetto “inverno” ecumenico, ovvero il ripiegamento delle chiese su se stesse. In particolare le generazioni di credenti che non hanno fatto propria la speranza che ha animato il movimento ecumenico agli albori, tendono a vivere la fede entro i limiti della sola denominazione di appartenenza, se non addirittura della propria chiesa locale. La chiusura settaria è una scelta che preoccupa. Rinunciare all’ascolto, in favore del giudizio, non appare conforme all'evangelo che chiama ad aprirci sempre e comunque al nostro prossimo.

 

In seconda istanza, veniamo sempre più in contatto con uomini e donne che non sentono la necessità di aderire a una chiesa particolare. È il paradosso dei “cristiani senza chiesa”, un’identità fluida, che richiede alle chiese storiche una rinnovata comprensione della loro vocazione al dialogo.

 

A ciò si aggiunge un altro fenomeno, che ci interroga: il declassamento della fede a semplice esperienza emotiva, che non si traduce nel necessario cambiamento radicale dell’esistenza. Un rischio insito nella frammentazione postmoderna è la trasformazione del credente in un consumatore di “fast food religioso”, senza prospettive di ampio respiro.

 

In tale complesso scenario si inquadrano anche le difficoltà  dell’ecumenismo, che sono fonte di delusione per molti credenti. Esse vanno affrontate recuperando le ragioni profonde del dialogo, affinché le nostre chiese possano affrontare le sfide attuali con serietà e responsabilità, alla luce dell’evangelo di Gesù.

 

Il dialogo con l’altro è un’esperienza spirituale che emancipa il cristiano da una fede autoreferenziale. L'unità visibile della chiesa non può essere raggiunta mediante una strategia diplomatica, bensì  attraverso una condivisa esperienza di conversione. L'apertura ecumenica può anche essere unilaterale, qualora l'interlocutore si sottragga al confronto.

 

Ecco perché, nel valutare l’attuale stagione, non ci vogliamo arrendere al pessimismo. Nell’orizzonte di un’esperienza ecumenica spirituale assumono, infatti notevole importanza i numerosi incontri tra credenti appartenenti a differenti denominazioni cristiane, avvenuti in questi anni in Italia. Sorelle e fratelli che vivono la fede in altre chiese ci hanno insegnato molto. Nello stesso tempo, abbiamo ascoltato il loro disagio per le difficoltà incontrate nelle loro chiese. Proprio perché desideriamo che le altre chiese ci aiutino ad essere fedeli all’evangelo, ci sentiamo comunque solidali con loro, essendo consapevoli di essere parte dell’unico corpo di Cristo.

 

Il dialogo non nega l’identità confessionale, ma la pone positivamente in discussione. Le nostre chiese sono realtà minoritarie, che a volte esprimono la tendenza a rafforzare la propria consapevolezza identitaria mediante la contrapposizione al cattolicesimo. È importante non cadere nel tranello di una fede reattiva alle dichiarazioni e all’agire altrui, che si definisce per ciò che nega. L’ecumenismo ci sollecita a parlare un linguaggio propositivo, guardando piuttosto alla speranza di cui dobbiamo rendere ragione, in modo da uscire dagli stereotipi che impediscono l’ascolto dell’altro e l’accoglimento della sua testimonianza.

 

Avvertiamo la necessità di rafforzare la conoscenza della Scrittura all’interno delle nostre chiese, anche ai fini di un proficuo dialogo ecumenico. La convinzione che, all’interno delle chiese della Riforma, la Bibbia sia ben conosciuta, non corrisponde sempre alla realtà. Proprio il dialogo con credenti appartenenti ad altre denominazioni, i quali esprimono disagio per non conoscere la Bibbia, può stimolare in noi la frequentazione amorevole della Parola.

 

Infine, l’ecumenismo richiama le chiese alla comune vocazione a servizio del mondo. La chiesa, infatti, non vive per se stessa, ma per essere lievito del Regno di Dio nella società: la chiesa esiste in funzione del mondo. In un mondo conflittuale, le chiese devono potere essere strumenti credibili di riconciliazione. Per questo devono affrontare i conflitti tra di loro e al proprio interno promuovendo processi di ascolto e di accoglienza reciproca.



[1] In particolare: Documento sull'ecumenismo (Sinodo 1982) e Il papato e l'ecumenismo (Sinodo 1995).

 

1 L’orizzonte

 

1.1     Il contesto internazionale

 

Il Consiglio Ecumenico delle Chiese attraversa una fase di difficoltà. Tra i fattori che la determinano, i più evidenti sono due.

 

Dopo il 1989, si riscontra un diffuso disagio delle chiese ortodosse. Esse avvertono in primo luogo una forte estraneità nei confronti di quella che viene considerata la “mentalità occidentale”, nell’affrontare sia i temi teologici, e in particolare etici, sia la prassi pastorale. Per quanto riguarda il primo punto, molte chiese ortodosse manifestano vivacemente il loro dissenso per quella che appare loro una sudditanza delle chiese occidentali, e in particolare di quelle evangeliche, nei confronti della cultura secolarizzata. Sul piano della pastorale, si lamenta l’atteggiamento “proselitistico” di certi settori sia cattolico-romani, sia evangelici: essi, cioè, tenterebbero di acquisire membri di chiesa utilizzando metodi ritenuti impropri e ignorando l’importanza canonica che l’Ortodossia attribuisce ai territori nei quali essa è tradizionalmente radicata. In secondo luogo, le chiese ortodosse si sentono insufficientemente rappresentate negli organismi del CEC, in quanto la loro influenza non sarebbe proporzionata alla consistenza numerica.

 

Il CEC, come e più di altre organizzazioni ecumeniche, deve oggi affrontare il confronto tra culture che si è fatto, negli ultimi due decenni, sempre più vivo anche all’interno delle singole famiglie confessionali. Il Consiglio sperimenta una severa crisi finanziaria, dovuta anche alla riduzione del contributo di chiese, come quelle tedesche, che in passato lo hanno massicciamente sostenuto.

 

Questi fattori non hanno impedito al CEC di continuare a svolgere un’attività assai significativa, soprattutto sui temi relativi a pace, giustizia e salvaguardia del creato. La commissione Fede e Costituzione (nella quale è rappresentata anche la chiesa cattolica) continua, per parte sua, a offrire i propri contributi in ambito dottrinale. Ci si può chiedere, però, se il CEC costituisca ancora il principale centro propulsivo del dialogo ecumenico. Alcuni ritengono che, oggi, il Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani svolga, di fatto, il ruolo principale e, in tal modo, determini in misura preponderante le coordinate del dibattito, che sono ovviamente diverse da quelle in passato privilegiate dal CEC.

 

 

 

Nell’ambito delle chiese occidentali, la discussione tende a concentrarsi sulla tesi romana che nega che quelle della Riforma siano “chiese in senso proprio”. Da ciò dipende l’ostinato rifiuto, sempre da parte cattolica, della condivisione interconfessionale della cena del Signore – eucaristia. Le ragioni di questo blocco sono note e riguardano essenzialmente la dottrina della chiesa, più specificamente il significato della nozione di “successione apostolica”. Il peso preponderante assunto da questa problematica favorisce una concentrazione quasi assoluta delle discussioni ecumeniche sul tema ecclesiologico. La natura del dialogo ne accentua il taglio specialistico e, nell’insieme, piuttosto lontano dalla sensibilità delle comunità, le quali però sperimentano, nella prassi quotidiana, le conseguenze di una situazione di stallo. Ciò favorisce una certa disaffezione per la problematica ecumenica.

 

Sembra avanzare quello che la chiesa di Roma chiama “ecumenismo a due velocità”, cioè il conferimento di una netta priorità al confronto cattolico – ortodosso, considerato dai due partner più promettente rispetto a quello con il protestantesimo: quest’ultimo è avvertito come teologicamente fragile, inaffidabile sul piano morale e, su quello sociologico, eroso, o almeno fortemente indebolito, dalla secolarizzazione. Evidentemente, giudizi di questo genere e l'impostazione del discorso ecumenico che ne consegue, nuocciono gravemente alla qualità del dialogo e minacciano di pregiudicarne gli sviluppi.

 

Non sono mancati, negli ultimi decenni, documenti ecumenici di grande rilievo come la Dichiarazione congiunta cattolico-luterana sulla giustificazione del 1999 (sottoscritta anche dal Consiglio Metodista Mondiale) o, su di un piano diverso, la Carta Oecumenica del 2001. E’ un fatto, però, che questi documenti sono finora rimasti senza conseguenze di rilievo per quanto riguarda la vita delle chiese.

 

Per altro verso, è giusto rilevare che, dopo il Concilio Vaticano II i rapporti tra cattolici ed evangelici, a livello di base e di ricerca teologica, hanno vissuto e continuano a vivere una significativa intensificazione, che rivela l’esigenza di una comunione avvertita come possibile e in parte già vissuta in diverse situazioni.

 

Il pontificato di Francesco sembra orientato a introdurre significativi aspetti di novità nel cattolicesimo romano, che potrebbero avere risvolti di interesse ecumenico; il suo stile comunicativo, diretto, pastorale e accompagnato da gesti simbolici assai efficaci, appare adatto a favorire un nuovo slancio del dialogo. Anche per quanto riguarda l'ecumenismo, l'attuale pontefice privilegia il linguaggio dei gesti e l'incontro diretto, rispetto ai pronunciamenti dottrinali. Le sue visite alla Chiesa evangelica della Riconciliazione di Caserta, alla Chiesa valdese di Torino e a quella luterana di Roma hanno indubbiamente contribuito a creare un'atmosfera di rinnovata fiducia, che certamente avrà conseguenze positive. Non è possibile prevedere quali saranno, nel medio e lungo periodo, gli effetti del ministero di Francesco sul dialogo tra le chiese. Molto dipende dal successo del suo tentativo di rinnovamento della chiesa romana e dalla capacità o meno di tale rinnovamento di superare gli elementi di blocco che Roma ha finora imposto al dialogo con il protestantesimo.

 

In questo quadro, è opportuno segnalare i processi di unità che caratterizzano molte chiese evangeliche.

 

Va menzionata, anzitutto, la Comunione di Chiese Protestanti in Europa, che include chiese luterane, riformate, unite e metodiste. Una serie di accordi tra chiesa evangeliche e anglicane (Porvoo per le regioni nordica e baltica; Meißen per la Germania; Reully per la Francia) costituisce, pur con difficoltà rilevanti, una speranza di allargamento della comunione. Anche in ambito evangelico, tuttavia, si riscontrano situazioni critiche. L'esperienza della CCPE ha notevolmente contribuito a favorire processi di unificazione organica tra chiese luterane e riformate (Francia, Olanda, Belgio). Il dialogo tra la CCPE e la Federazione Battista Europea ha constatato che, attualmente, la comunione ecclesiale è prematura, a causa del permanere del dissenso sul battesimo. Il dialogo tra le chiese della Riforma e quelle pentecostali a livello europeo, poi, non è praticamente ancora iniziato, malgrado la comune radice nella Riforma del XVI secolo e nei e Risvegli che l'hanno seguita. Lo sviluppo di tale confronto sarebbe particolarmente  auspicabile, data anche la presenza di queste espressioni della fede evangelica.

 

 

 

1.2          La situazione italiana

 

Nel 1990, le Chiese valdesi e metodiste e le chiese battiste dell’UCEBI hanno solennemente sottoscritto un testo di reciproco riconoscimento, che nelle intenzioni doveva preludere a un deciso incremento della collaborazione territoriale e ad altre iniziative comuni. Alcune si sono realizzate: la formazione comune dei ministri presso la Facoltà Valdese di Teologia, il settimanale “Riforma”, l’attività dell’editrice Claudiana e alcune commissioni ecclesiastiche comuni.

 

Le Chiese valdesi e metodiste hanno poi accolto alcune critiche, provenienti soprattutto dalla CCPE, che ritenevano sussistesse un’incompatibilità tra il modello di unità espresso dalla Concordia di Leuenberg e il testo comune italiano: mentre il primo si basa sulla comunione nella predicazione dell’evangelo e nella celebrazione dei sacramenti, il testo italiano non comprende un consenso sul battesimo. I tentativi svolti successivamente per giungere a un consenso differenziato non hanno avuto successo. Al momento attuale, occorre constatare che: la collaborazione territoriale segna il passo; il confronto sul battesimo deve considerarsi aperto; il dialogo ecumenico con alcune chiese pentecostali è stato condotto dalle chiese metodiste e valdesi, da un lato, e da quelle battiste, dall’altro, su binari indipendenti; in generale, oggi non si riscontra uno slancio paragonabile a quello che ha condotto al documento del 1990.

 

Le Chiese valdesi e metodiste e la Chiesa Evangelica Luterana in Italia (CELI) fanno parte della CCPE e nel settembre 2012 ne hanno ospitato insieme l’Assemblea Generale a Firenze. I loro rapporti possono essere definiti di “buon vicinato”, ma non si può ancora parlare di una vera e propria testimonianza comune. Le iniziative condotte insieme (l’editrice Claudiana e il Centro Ecumenico Melantone di Roma) non si traducono finora in una collaborazione organica. Non è esagerato affermare che i rapporti tra valdesi e metodisti da una parte e luterani dall’altra non hanno ancora colto le potenzialità che l’orizzonte della Concordia di Leuenberg pure ha dischiuso.

 

La Chiese battiste, metodiste e valdesi intrattengono da tempo, anche mediante la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, rapporti significativi con l'Unione delle Chiese Avventiste in Italia. Il fatto che tale Unione non abbia ritenuto opportuno aderire alla Federazione non ha compromesso la qualità della collaborazione. Temi come la libertà religiosa sono stati storicamente affrontati insieme, ma il dialogo coinvolge anche la testimonianza della fede nella società e, in molte realtà locali, si traduce in numerose iniziative comuni.

 

Fin dal 1998 esiste un dialogo tra le Chiese valdesi e metodiste e alcune Chiese pentecostali, che nel 2000 si sono riunite nella Federazione delle Chiese Pentecostali (FCP). Tra i suoi frutti ricordiamo alcuni documenti sottoscritti congiuntamente dalle due Commissioni, che sono stati pubblicati in due volumetti intitolati Valdesi, Metodisti e Pentecostali in dialogo, I e II (Claudiana 2002 e 2010). Il confronto è stato bruscamente interrotto dopo la decisione del Sinodo valdese di autorizzare la benedizione di coppie omoaffettive, per poi riprendere nel corso del 2013. Nel 2008, inoltre, è iniziato un dialogo con altre Chiese pentecostali, raccolte nella Chiesa Cristiana Evangelica Italiana. Oltre al dibattito teologico, si svolgono incontri tra comunità locali pentecostali e valdesi, con esiti positivi. È certo che la presenza e testimonianza evangelica in Italia potranno diventare tanto più significative, quanto più si intensificheranno le relazioni tra il protestantesimo “storico” e quello pentecostale. È auspicabile sperimentare ed approfondire forme di cooperazione e comunione, secondo il paradigma evangelico della “unità nella diversità”.

 

È nostro compito cominciare a porre qualche premessa all’avvio di questo processo.

 

Anche l'UCEBI ha intrapreso un cammino di dialogo con la FCP, che si è concretizzato in due documenti, sottoscritti anch'essi congiuntamente dalle due Commissioni di dialogo.

 

Il primo documento (2006), affronta il tema del concetto di esperienza nella spiritualità battista e pentecostale ed il rapporto che l'esperienza ha con la fede. Il secondo documento (2008) consiste in una proposta di linee guida per un dialogo franco e rispettoso, in particolare su temi ove si evidenziano diverse sensibilità (sessualità, etica di principio e fine vita, ecc.).

 

2. Nodi critici dell’attuale situazione ecumenica

 

 

 

Il dibattito degli ultimi anni evidenzia almeno tre nodi critici sui quali si concentrano le difficoltà e gli sforzi del dialogo. Uno di essi riguarda la comprensione dell’unità della chiesa e, dunque, i modelli di comunione ecclesiale. Gli altri sono di origine relativamente recente e concernono rispettivamente: le questioni etiche e l’incontro tra culture diverse (“ecumenismo culturale”).

 

 

 

2.1 Comunione ecclesiale

 

Le Chiese della Riforma confessano che Cristo è l’unico capo della Chiesa. È lui che convoca i credenti facendo di loro fratelli e sorelle.

 

Nel Nuovo Testamento, e dunque anche nella comprensione delle Chiese evangeliche, l’unità visibile della Chiesa si esprime in forme diverse: le principali sono l’unità organica e la piena comunione tra chiese diverse.

 

L’unità organica consiste nell’adozione, da parte di chiese in precedenza diverse, di una comune struttura ministeriale e organizzativa e, dunque, nella costituzione di un unico corpo ecclesiale. Esempi di questo tipo sono l’Unione delle Chiese metodiste e valdesi in Italia e quelle, menzionate, tra chiese riformate e luterane in alcuni paesi europei.

 

Il modello della comunione ecclesiale tra chiese diverse, invece, prevede che ogni chiesa coinvolta riconosca pienamente le altre come espressione dell’unica chiesa di Gesù Cristo. Ciò si esprime concretamente nella condivisione della predicazione e della cena del Signore, nel riconoscimento reciproco dei ministeri e nella ricerca di ulteriori forme comuni di prassi ecclesiale. Tale modello di unità richiede, evidentemente, una compatibilità tra le diversità che permangono tra le chiese, sia sul piano dottrinale, sia su quello dell’articolazione ministeriale, ma non un'identica struttura della chiesa. Questo modello è alla base della Comunione di Chiese Protestanti in Europa (CCPE). E' necessario sottolineare, contro fraintendimenti diffusi, che la comunione ecclesiale non costituisce un tipo di unità qualitativamente più povero rispetto all'unità organica. E' diverso, in quanto non richiede l'adozione di strutture ecclesiali identiche, ma ha lo stesso contenuto teologico, cioè la fede cristiana pienamente condivisa.

 

Nel quadro del modello della comunione ecclesiale tra chiese diverse, le nostre Chiese possono dichiarare, insieme, quanto segue:

 

Le Chiese cristiane battiste in Italia (UCEBI) riconoscono la chiesa di Cristo là dove si presentano i seguenti elementi: a) l’ascolto della Parola di Dio che convoca la comunità; b) la condivisione della Cena del Signore; c) il perseguimento del vincolo dell’amore reciproco; d) l’impegno a fare discepoli e a battezzarli (Confessione di fede UCEBI, art. 8).

 

Le Chiese metodiste e valdesi fanno propria l’affermazione della Concordia di Leuenberg (art. 2, che riprende la Confessione di Augusta, art. 7, e la Seconda Confessione Elvetica, art. 17): la chiesa è presente là dove l’evangelo è annunciato con purezza e dove i sacramenti sono correttamente amministrati.

 

Queste due comprensioni della chiesa appaiono, dal punto di vista strutturale, del tutto compatibili. Quella battista, infatti, include la comune comprensione dell’Evangelo (punto a) e dei sacramenti (punti a e d). Gli elementi c e d (amore fraterno e missione), che non sono esplicitamente menzionati dalla Concordia di Leuenberg, sono da considerare parte integrante della visione ecclesiologica della CCPE. L’amore fraterno è un “segno distintivo della vita cristiana” (La Chiesa di Gesù Cristo, I, 2.4.2) e la missione “determina l’esistenza della chiesa” (ivi, II, 2.5).

 

Dal punto di vista del contenuto, si deve riscontrare la sussistenza di un pieno consenso sia sulla comprensione dell’evangelo, sia sulla comprensione della cena. Eventuali differenze su questi due punti non sono tra le chiese, bensì trasversali, e non hanno rilevanza tale da dividerle. La sussistenza o meno di una compatibilità tra le comprensioni battesimali delle Chiese valdesi e metodiste da un lato e delle Chiese battiste dall’altro deve essere, allo stato attuale, sottoposta a ulteriore verifica.

 

Il modello della Comunione tra chiese diverse ha consentito, anzitutto mediante la Concordia di Leuenberg, il conseguimento della piena unità tra la maggior parte delle Chiese luterane, riformate, unite e metodiste d’Europa. Il dialogo con le chiese battiste non è ancora giunto, a livello europeo, al riconoscimento della piena comunione ecclesiale, a causa del dissenso sul battesimo.

 

Il modello della comunione ecclesiale tra chiese diverse non ha potuto essere applicato alla ricerca della comunione tra le chiese evangeliche da una parte e quelle cattolico-romana e ortodossa dall’altra. Queste ultime, infatti, ritengono costitutivo della chiesa il ministero episcopale, compreso sulla base della successione apostolica spesso definita “storica”. La loro visione ecumenica, dunque, tende a rientrare nel modello dell’unità “organica”: le differenze compatibili con l’unità, cioè, sono solo interne alla loro visione ministero episcopale.

 

 

 

2.2 Le questioni etiche

 

Fin dall’antichità sono state le questioni dottrinali, talora con implicazioni politiche, a provocare le maggiori divisioni tra le chiese. Con l’avvento del movimento ecumenico, soprattutto in questi ultimi cinquant’anni, il contenzioso dottrinale tra le diverse chiese e confessioni è stato ampiamente rivisitato e dibattuto in una serie imponente di dialoghi. Le divergenze sui nodi teologici principali continuano a sussistere, anche se su molte questioni non sono più avvertite come laceranti. Tuttavia, mentre la tensione sulle questioni dottrinali sembra essersi almeno parzialmente (o forse solo provvisoriamente) allentata, in questi ultimi decenni si sono manifestate profonde divergenze su questioni etiche di varia natura, dai rapporti tra le etnie a quelli tra i sessi, dall’impegno per la pace e la nonviolenza alla posizione della chiesa nella società e alla sua azione nell’arena politica. Su alcune di tali questioni le chiese sono divise anzitutto al loro interno;  su altre sono divise tra di loro, e non solo per una differenza di presupposti culturali, ma anche sulla base di diverse comprensioni delle Scritture e del messaggio cristiano.

 

Nell’ambito del movimento ecumenico che fa capo al Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), il razzismo viene considerato incompatibile con la dottrina cristiana della persona umana e della natura della Chiesa di Cristo. Di conseguenza, nel 1982, l’Alleanza Riformata mondiale (ARM) non ha esitato ad escludere dalla comunione delle chiese riformate una chiesa riformata del Sudafrica (la Nederduitse Gereformeerde Kerk), dichiarandola “eretica”  per aver fornito in un suo rapporto del 1974 una legittimazione biblica e teologica dell’apartheid e sospendendola fino al ravvedimento dalla comunione. A nostra conoscenza, questa è la prima volta nella storia cristiana,  quanto meno recente, che è stata pronunciata una sentenza di eresia per una questione etica.

 

Anche sulla comprensione del rapporto fra uomo e donna e sul ruolo delle donne e della famiglia nella chiesa e nella società esistono divergenze profonde. In gran parte delle chiese cristiane, la donna è esclusa dal ministero pastorale. Tale esclusione, priva di serie motivazioni teologiche, è ancora accettata da molti cristiani come normale, il che, a parere delle nostre chiese, costituisce uno scandalo.

 

Un’altra questione etica ancora più controversa riguarda l'atteggiamento ecclesiale nei confonti delle persone di orientamento omoaffettivo. Le chiese non sono ancora d'accordo sulla natura del fenomeno né su come viverlo all’interno della comunità cristiana. Divergenze sussistono, in particolare, sulla possibilità, per una persona dichiaratamente omosessuale, di accedere all’esercizio di un ministero nella chiesa.

 

Altre questioni etiche su cui c’è dissenso profondo tra le chiese  riguardano l’inizio e la fine della vita; la procreazione e la contraccezione; il matrimonio, la famiglia, i suoi diversi modelli attuali e il divorzio; l’interruzione volontaria della gravidanza.

 

 

 

Posizioni diverse si manifestano anche riguardo alla presenza delle chiese nello spazio pubblico e al rapporto tra scelte etiche dei cristiani e legislazione. I nodi sono quelli della valutazione della secolarizzazione politica, del modo di intendere la laicità dello stato e delle istituzioni e il pluralismo in una società democratica. Da una parte si collocano quanti ritengono che lo stato debba legiferare a partire da valori etici presupposti come universali e vincolanti, in quanto “verità” della natura umana; dall’altra, vi sono cristiani che vedono nella neutralità etica e ideologica dello stato la sola garanzia di un pluralismo rispettoso delle coscienze.

 

Per quanto concerne temi come l’impegno per la pace e la nonviolenza, le grandi questioni irrisolte della giustizia sociale, dell’ordine economico mondiale e della salvaguardia del creato, va riconosciuto il ruolo svolto dal CEC nel proporli all’attenzione delle chiese, promuovendo un crescente interesse ecumenico per queste tematiche.

 

 Concludendo questa sommaria rassegna, si può dire che oggi le divisioni nelle chiese e tra le chiese in campo etico sono altrettanto, se non più profonde di quelle dottrinali. Perciò il movimento ecumenico nel suo insieme dovrà farsi carico di questo aspetto.

 

Mentre le grandi confessioni di fede della chiesa antica non tematizzano l'etica, oggi il problema sembra imporsi con forza nel quadro del movimento verso l’unità. Diversità di vedute su questioni etiche possono avere lo stesso peso delle divergenze dottrinali o ecclesiologiche? Quale pluralismo etico è compatibile con una più piena comunione? La risposta non è ancora stata formulata e neppure abbozzata, e non è detto che sia facile farlo.

 

 

 

2.3 Culture differenti nel dialogo tra confessioni cristiane

 

Il rapporto tra culture differenti e dialogo tra le confessioni cristiane è un aspetto ancora poco esplorato nei documenti ecumenici. Il problema non è nuovo: è presente già nell'esperienza dei primi cristiani, così come è descritta nel Nuovo Testamento. Mentre il cristianesimo cresceva dalle proprie radici ebraiche, esse stesse già plurali, si interrogava su come rapportarsi alle nuove situazioni, coniugando creatività e fedeltà. Anche oggi, dobbiamo confrontarci con le differenze culturali, in quanto la fede cristiana si esprime, sempre e comunque, in contesti specifici. La nostra è una fede incarnata, vissuta da popoli e culture che cercano, nei rispettivi contesti, di seguire Gesù e pregano per la venuta del Regno.

 

La globalizzazione, i massicci flussi migratori e i nuovi mezzi di comunicazione determinano uno scambio, impensabile solo alcuni decenni fa, tra gli esseri umani di tutto il mondo, che portano con sé la propria storia. L’incontro tra diverse culture e linguaggi costituisce certamente un possibile fattore di arricchimento, ma produce anche drammatici fenomeni di rigetto, oltre a incomprensioni, arroccamenti e spaccature. Essere ecumenici oggi include la dimensione del dialogo tra culture diverse. Poiché l’Italia è diventata meta di immigrazione anche per migliaia di cristiani, provenienti soprattutto dal sud del mondo, che anche le nostre chiese incontrano in misura sempre più significativa, si rende necessaria una riflessione sulla componente culturale delle rispettive posizioni di fede. La convivenza tra cristiani di una stessa confessione o appartenenti a una stessa comunione mondiale, ma di culture diverse, richiede un impegno analogo a quello necessario per condurre un dialogo ecumenico.

 

La bella esperienza del processo “Essere chiesa insieme” , che da anni impegna le chiese membro della FCEI, cerca di tenere conto delle differenze culturali tra evangelici autoctoni e non, che si esprimono a volte in visioni teologiche differenti e anche divergenti: anzitutto per quanto riguarda l’interpretazione della Scrittura e l’etica, ma anche su temi legati ai rapporti chiesa – stato, al modo di comprendere l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Si tratta, inutile nasconderlo, di una sfida impegnativa e complessa, che richiede da un lato determinazione e audacia, dall’altro tempi lunghi e disponibilità a non lasciarsi spaventare da inevitabili crisi e battute d’arresto. In questa fase, ancora iniziale, appare importante acquisire un consenso sul metodo e sugli obiettivi di fondo. Il primo, in corso di attiva sperimentazione in diverse sedi, consiste nella conoscenza, nell’ascolto, nell’individuazione di ambiti di lavoro comune e di spazi di autonomia, in un esercizio di dialogo franco sulle questioni anche seriamente controverse. L’obiettivo è l’elaborazione di un articolato modello di integrazione, che valorizzi le differenze in una comunione effettiva, cioè in un percorso di fede e testimonianza realmente comune e non solo formalmente dichiarato.

 

Tutto questo senza dimenticare la tragedia quotidiana delle migliaia di persone in fuga da situazioni disumane, alla ricerca di una terra promessa mai raggiunta. Indubbiamente questa tragedia sollecita l'urgenza di azioni e strategie comuni da parte di tutte le nostre chiese.

 

3 prospettive

 

 

 

3.1 Dialogo con la chiesa cattolico-romana

 

Il compito delle nostre chiese nel dialogo con la chiesa di Roma, può essere oggi sintetizzato come segue: a) valorizzare con determinazione quanto è maturato negli ultimi sessant’anni, in termini di conoscenza reciproca, scambio, volontà di cammino comune; b) affrontare in termini sereni e con spirito costruttivo gli ostacoli che finora non sono stati superati.

 

 

 

a) Il dialogo in passato è stato spesso condotto, soprattutto alla base, da minoranze molto motivate e aperte, ha conosciuto recentemente un incremento di attenzione e popolarità quando lo stesso vescovo di Roma, Francesco, si è fatto promotore di una visione di chiesa sinodale e dialogica, che ha trovato espressione anche in significativi eventi ecumenici, che hanno acceso i riflettori su altre realtà cristiane, comprese le nostre chiese di minoranza e che hanno posto la questione della riforma anche all'interno della chiesa cattolico-romana. La celebrazione inaugurale dei 500 anni della Riforma, a Lund, appare come evento simbolo di una nuova stagione ecumenica.   I frutti migliori si sono avuti nell’ambito della preghiera e della riflessione biblica in comune. Si registrano anche collaborazioni, forse episodiche, ma significative, nell’ambito della diaconia. In diverse città si sono costituiti Consigli delle chiese cristiane, che aiutano a conferire una forma istituzionalmente più solida e stabile al processo di dialogo. Un grande servizio è stato ed è reso dal Segretariato Attività Ecumeniche, un esperimento animato da laici per certi aspetti unico al mondo e ancora troppo poco conosciuto, apprezzato e sostenuto nelle nostre chiese. Oltre a promuovere una attività di base in passato vigorosa, e oggi tenacissima in tempi ecumenicamente non facili, il SAE è stato un importante laboratorio di incontro teologico e, non raramente, il luogo nel quale sono maturati scambi di inviti tra teologi di confessioni diverse nelle rispettive istituzioni accademiche. Le nostre chiese accolgono le promesse legate a questa fase con favore e speranza, senza peraltro nascondersi la rilevanza dei nodi che permangono.

 

 

 

b) La Riforma del XVI secolo ha inteso proporre un modo di comprendere l’esistenza cristiana e la chiesa diverso rispetto al paradigma medievale. Il V centenario della Riforma può costituire un’occasione benedetta per affrontare in prospettiva ecumenica un tema che va al di là delle specifiche differenze dottrinali, poiché riguarda il sistema di relazioni (con Dio, con la testimonianza biblica e la tradizione della chiesa, tra i diversi carismi presenti nella comunità) che costituisce il vissuto di fede. I temi di discussione attualmente più controversi, dunque, devono essere visti in tale contesto.

 

Centrale resta, com’è noto, la controversia sul ministero ordinato: Roma ne vincola il riconoscimento all’accettazione del modello di episcopato che caratterizza quella chiesa e le chiese ortodosse. Ciò perché, a suo parere, solo quella visione dell’episcopato «garantisce» la continuità apostolica. Le chiese evangeliche, per contro, affermano che la successione apostolica vive dell’annuncio del messaggio degli apostoli, testimoniato dalla Scrittura. L’autenticità di tale annunzio non può essere «garantita» da un’istituzione, bensì è affidata alla promessa della presenza di Cristo nella parola e nel sacramento, in forza dello Spirito. La categoria di «promessa» non è più labile, indistinta, o contenutisticamente povera rispetto a quella di «garanzia»: piuttosto, è quella offerta alla fede dalla Scrittura. La conseguenza più vistosa del dissenso sul ministero, cioè la mancata condivisione della cena del Signore, non sarà dunque eliminabile nel breve e medio periodo. Alcuni esprimono a volte la loro protesta nei confronti di tale situazione infrangendo i divieti imposti dalle chiese (la cosiddetta “disobbedienza eucaristica”, che in realtà è vissuta come  forma diversa di obbedienza: non alle gerarchie ecclesiastiche, bensì al comandamento di Dio); altri esprimono la stessa protesta praticando quello che viene chiamato “digiuno eucaristico” in prospettiva ecumenica. Tali testimonianze vanno accolte da tutte le chiese con rispetto e anche con gratitudine; al tempo stesso, va constatato che esse non coinvolgono la maggioranza dei membri di chiesa. Tale situazione dovrebbe essere fronteggiata con sobrietà e franchezza. Sobrietà: inutile sviluppare una retorica del lamento, in ultima analisi improduttiva o addirittura stucchevole; accettare invece di collaborare in ciò che l’interlocutore ritiene possibile e prendere atto di quello che dev’essere considerato un veto. Fermezza: senza polemica e senza infingimenti, le nostre chiese somandano alla chiesa romana se essa, anteponendo di fatto il dissenso sul ministero ecclesiale all’ampio grado di comunione che constatiamo per quanto attiene al nucleo della fede cristiana, essa  non rischi di rallentare.

 

Per quanto riguarda i dissensi sulle questioni etiche (in particolare bioetiche e di etica della sessualità e della famiglia), e rilevato che essi non riguardano solo il dialogo con Roma, bensì anche quello con altre chiese evangeliche, sottolineiamo che le decisioni fin qui assunte dai nostri Sinodi e dalle nostre Assemblee e le riflessioni in corso non sono da noi comprese come servile adattamento alla mentalità corrente; al contrario, cerchiamo di obbedire al comandamento di Dio in Gesù, così come oggi lo comprensiamo in ascolto della Scrittura. Sappiamo che la critica che ci viene rivolta verte precisamente su quest’ultimo punto e la riceviamo non solo con rispetto, bensì con sofferta gratitudine. Ciò significa, per noi, l’impegno a verificare costantemente, sulla base della Scrittura e nel dialogo con altre posizioni, la nostra prassi e la nostra teologia, chiedendoci se e in che misura esse contribuiscano ad annunciare non solo diritti e libertà, peraltro decisivi, che anche altri perseguono, bensì il messaggio specificamente affidato alla chiesa di Gesù Cristo, quello della libertà che Dio dona, affinché sia spesa nel servizio al mondo e nell’annuncio del Regno.

 

Il clima di fiducia  che sembra essersi instaurato con il pontificato di Francesco sta iniziando a favorire un rilancio della collaborazione tra alcune delle nostre chiese e il cattolicesimo italiano. La FCEI ha promosso un importante programma di intervento sui flussi migratori, in collaborazione con la Comunità di S. Egidio; la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Commissione della CEI per l'Ecumenismo e il Dialogo hanno avviato un confronto i cui primi passi appaiono altamente promettenti.

 

 

 

 

3.2 Dialogo tra le chiese battiste, luterane, metodiste e valdesi

 

 

 

Gli ultimi anni hanno visto un modesto ma reale progresso dei rapporti tra alcune Chiese che fanno parte della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. Indichiamo alcuni elementi promettenti, suscettibili di approfondimento.

 

 

 

3.2.1 E’ ripreso il dialogo sul tema del battesimo tra le Chiese evangeliche italiane che fanno parte della Comunione di Chiese Protestanti in Europa (luterane, metodiste e valdesi) e le chiese dell’UCEBI. Tre elementi appaiono chiari. a) Il dissenso che ancora sussiste tra chiese che provengono da una tradizione pedobattista e chiese battiste non è tale da mettere in discussione la collaborazione consolidata, in particolare quella tra le chiese BMV. b) Le chiese sono determinate ad affrontare tale dissenso e a individuare forme di intesa che, da un lato, siano rispettose delle diverse tradizioni e convinzioni e, dall’altro, permettano di superare le difficoltà che permangono e che sono state evidenziate anche dal dibattito nazionale e internazionale relativo al Documento BMV del 1990 sul reciproco riconoscimento. In questo senso, è auspicabile una rinnovata riflessione sulla teologia battesimale anche all’interno delle singole chiese. c) Le prospettive ecumeniche finora proposte in questo ambito, anche a livello internazionale, pur avendo indicato piste significative non si sono mostrate in grado di ottenere un consenso unanime. Si deve dunque constatare che la riflessione rimane aperta.

 

 

3.2.  L’assemblea della CCPE tenutasi a Firenze nel settembre 2012 ha costituito un importante momento di collaborazione tra le Chiese valdesi e metodiste e la Chiesa Evangelica Luterana in Italia. Tale collaborazione trova una continuità nella preparazione del quinto centenario della Riforma, nel 2017 che, evidentemente, coinvolge a pieno titolo anche le chiese battiste. Un approfondimento della comunione tra queste chiese costituisce un obiettivo prioritario dei prossimi anni, sia nel contesto italiano, sia in prospettiva internazionale. a) Nel contesto italiano, le piccole chiese evangeliche hanno urgente bisogno di unire e coordinare le loro forze. Il processo BMV dei decenni trascorsi indica un itinerario che, nonostante i momenti di stanchezza, nulla ha perso della sua attualità e nemmeno delle sue promesse; la CELI, da parte sua, si considera da tempo una chiesa italiana a tutti gli effetti e arricchisce il nostro protestantesimo mediante i carismi di una grande tradizione e di uno specifico rapporto, anche istituzionale, con il protestantesimo tedesco. b) In prospettiva internazionale, le chiese italiane hanno l’occasione di svolgere una modesta ma non inutile funzione che incentiva la collaborazione tra CCPE e tradizione battista: un ambito nel quale il protestantesimo europeo continua a manifestare un  problematico ritardo.

 

 

 

 

 

3.3 Dialogo con le chiese pentecostali

 

Il documento sul battesimo è stato portato a termine e, nell’autunno del 2013, inviato agli Organi esecutivi delle chiese coinvolte nel dialogo per essere esaminato e valutato. Intanto è iniziata l’elaborazione del documento sui Ministeri. Con questo documento potrebbe concludersi l’intero dialogo, a meno che non si decida (come qualcuno auspica) di elaborare insieme un ultimo documento dedicato all’etica cristiana in generale e, in particolare, ad alcune questioni specifiche (bioetica; omosessualità; divorzio; aborto; altre), sulle quali i pareri nelle chiese e tra le chiese divergono. Le prospettive di questo dialogo sono buone, nel senso che tutto lascia prevedere che esso sarà portato a termine. La domanda aperta riguarda l’effettiva circolazione nelle chiese dei documenti prodotti dal dialogo (due sono stati pubblicati rispettivamente nel 2002 e nel 2010; un terzo sarà pubblicato in un futuro più o meno prossimo), e quanto essi possano contribuire realmente a una maggiore coscienza tra valdesi, metodisti e pentecostali della loro comune appartenenza alla stessa «famiglia evangelica». I documenti comuni sono sicuramente utili, anzi indispensabili, e devono essere fatti conoscere alla cosiddetta «base» delle chiese. È chiaro però che non bastano: ci vogliono incontri di comunità, convegni regionali o nazionali, scambio regolare di informazioni ed esperienze (ad esempio, sui rispettivi periodici), culti celebrati insieme, ed eventualmente anche altre iniziative comuni. Solo così le chiese, pur nelle differenze che le caratterizzano, cominceranno a sentirsi parte le une delle altre, chiamate a rispondere insieme alla stessa vocazione: testimoniare il più fedelmente possibile l’Evangelo al nostro popolo e offrire spazi comunitari di fraternità e libertà cristiana al servizio di Dio e del prossimo.

 

Con le Assemblee di Dio in Italia, che costituiscono la chiesa pentecostale storica e quella più numerosa, non è stato finora possibile avviare alcuna forma di dialogo teologico ufficiale.

 

 

 

4 Verso il futuro

 

4.1. Le celebrazioni del V centenario della Riforma, nel 2017, rappresentano uno stimolo ulteriore per affrontare, in primo luogo, il grande tema dell'unità delle chiese evangeliche.

 

Un risoluto impegno di riflessione comune sulle sfide che la riscoperta protestante dell'evangelo oggi ci pone può costituire un impulso di rilievo al cammino dell'unità della chiesa e di una testimonianza comune. In questa prospettiva, formuliamo alcune proposte. La loro consapevole modestia intende essere un contributo di serietà: teniamo conto, infatti, delle difficoltà fin qui incontrate, della sensibilità delle diverse chiese e della fragilità del movimento ecumenico nella fase attuale; al tempo stesso, intendiamo intraprendere percorsi che creino le condizioni per un futuro più promettente.

 

Le chiese battiste, metodiste e valdesi rivolgono alla Chiesa Luterana in Italia un caloroso invito ad unirsi, a tutti i livelli, al loro cammino di riflessione ecumenica. Non solo il messaggio e l'opera di Lutero, ma la tradizione luterana, in particolare tedesca, ha svolto da sempre un ruolo rilevante nella formazione della coscienza protestante in Italia, in particolare attraverso i rapporti intrattenuti dalla Chiesa Valdese con il mondo evangelico tedesco. Lo sviluppo della presenza della CELI in Italia evidenzia che i tempi sono maturi per iniziare un più profondo processo di comunione tra battisti, metodisti, luterani e valdesi, del quale il giubileo della Riforma può, e a nostro giudizio deve, costituire un punto di partenza.

 

Per quanto riguarda la discussione sul battesimo tra Chiese metodiste e valdesi e Chiese battiste (UCEBI), appare realistico constatare che i documenti finora prodotti a livello internazionale non si sono mostrati in grado di condurre a un approfondimento delle questioni lasciate aperte dal testo italiano sul reciproco riconoscimento del 1990; anche la ripresa del dialogo mediante il seminario di studi organizzato dagli esecutivi nel marzo 2014 ha avuto risultati ancora interlocutori. Riteniamo che il progresso del confronto sia ostacolato dal permanere di preoccupazioni e incertezze che vanno al di là del piano esclusivamente teologico. Proprio per tale ragione, un approfondimento rigoroso dei nodi teologici può aiutare a identificare la direzione del cammino da intraprendere: il convegno BMV del marzo 2014 può essere considerato un passo in tale direzione.

 

Il cammino comune sarebbe agevolato se altri importanti dialoghi, a partire da quello con le chiese pentecostali, venissero condotti su base BMV e, in prospettiva, includessero le chiese luterane. I progetti ecumenici elaborati in ambito protestante racchiudono potenzialità ancora insospettate di una comunione reale e operativa tra chiese diverse. La difficoltà fin qui incontrata a tradurle sul piano organizzativo rischia però di offrire argomenti all'accusa di astrattezza che spesso è rivolta a tali progetti da altre chiese. E' tempo di superare le inerzie che fin qui hanno appesantito il nostro percorso.

 

Chiese più unite, più concentrate sulla testimonianza dell'evangelo e meno sulle proprie particolarità identitarie potrebbero forse affrontare meglio anche la grande sfida della multiculturalità nel nostro paese. Essa ridefinisce i confini e cambia le priorità: ciò non significa che possa essere invocata per sfuggire alle responsabilità che il passato ci ha consegnato, ma certo induce a considerare anch'esse con un nuovo sguardo: riprodurre, anche in questo campo, le divisioni tradizionali sarebbe catastrofico, da tutti i punti di vista: fortunatamente, il lavoro comune già iniziato testimonia che ciò è stato ben compreso.

 

 

Per una felice coincidenza, questo Documento  sull’ecumenismo viene discusso nelle chiese nel corso del 2017, mentre si celebrano i 500 anni della Riforma protestante. È dunque naturale chiedersi: che rapporto c’è tra Riforma, ecumenismo e unità della Chiesa ? Si sa che la Riforma è spesso accusata di aver diviso la Chiesa d’Occidente. Ma non è così: la Riforma è stata occasione, non causa della divisione. La Riforma non ha diviso la Chiesa, l’ha rigenerata. La stessa Riforma cattolica, benché ben diversa per natura e ispirazione dalla Riforma protestante, e ad essa per tanti aspetti antitetica, non sarebbe avvenuta senza di lei. È perciò opportuno concludere le nostre riflessioni riportando in pensiero autorevole su questo tema.

 

Le chiese della Riforma prendono le mosse dall’unità della Chiesa di Cristo. Sulla terra ci può essere una chiesa sola. E questa chiesa una è, lei sola, la vera chiesa istituita da Cristo. La divisione della chiesa significa tradimento della chiesa, infedeltà nei confronti della vera Chiesa di Cristo. La divisione della chiesa avvenuta nella Riforma può essere compresa solo come lotta per la vera unità della chiesa. Perciò le chiese della Riforma si comprendono come la chiesa una sulla terra, e non come frammenti della chiesa una, costituiti da singoli cristiani mossi dalla loro coscienza personale; né come espressioni individuali della chiesa una. Nella Riforma s’è trattato dell'una, santa, universale chiesa di Gesù Cristo sulla terra (Dietrich Bonhoeffer).

 

 In questo spirito, come chiese della Riforma, offriamo questo testo alla riflessione comune.

 

 

La Commissione relazioni ecumeniche è composta da: Fulvio Ferrario (coordinatore), Daniele Garrone e Paolo Ricca (indicati dalla Tavola valdese), Peter Ciaccio e Timothy Macquiban (indicati dal CP OPCEMI), Raffaele Volpe e Lidia Maggi (indicati dal CE UCEBI).

 

 

 

2017-08-29