La fidanzata di Bonhoeffer, una donna cristiana autentica

 

 

Premessa:

 

Dietrich Bonhoeffer fu uno dei più grandi teologi protestanti del ventesimo secolo, figura importante nella Chiesa Confessante d’opposizione alla Chiesa ufficiale del Reich.

Diresse seminari clandestini. Quando questi furono chiusi dal Ministro del culto, il teologo optò per la resistenza accettando l’incarico di mettersi a disposizione dell’Abwehr (Servizi Segreti) del Reich, diretti dall’ammiraglio Wilhelm Canaris.

Fu arrestato e trascorse due anni recluso nel carcere di Tegel. Si era innamorato di una ragazza di 18 anni, Maria von Wedemeyer, che lo aiutò a superare il lungo periodo di prigionia. La loro fitta e commovente corrispondenza amorosa si può leggere nelle famose “Lettere alla fidanzata.”

Bonhoeffer fino all’ultimo non smise di pensare a una vita futura con Maria e a trovarsi con lei nella chiesetta di Patzig per il giuramento d’amore.

La sociologa Paola Lazzarini studia questa storia d’amore e giunge a una conclusione.

 

Maria von Wedemeyer aveva 18 anni quando si innamorò del pastore Dietrich Bonhoeffer, conosciuto da bambina e poi rivisto a casa di sua nonna nel giugno del 1942, quando questi era già impegnato nella congiura contro Hitler progettata da Oster, Dohnanyi, Müller.

Bonhoeffer aveva 37 anni, aveva viaggiato e vissuto in diversi paesi europei e negli Stati Uniti, era un professore stimato, un teologo brillante e un coraggioso oppositore del regime nazista e quest’uomo così formato, così complesso, si innamorò di una donna che era poco più che ragazzina. Perché?

Quando per la prima volta ho letto “Resistenza e resa”, le pagine e i riferimenti dedicati a Maria mi avevano lasciato uno strano sentimento nei confronti di questa promessa sposa, devota certo, ma – insomma – non all’altezza del suo fidanzato. Così quando ho deciso di prendere in mano le “Lettere alla fidanzata”, pubblicate postume per suo volere, la mia intenzione era capire che cosa Bonhoeffer avesse visto in lei.

L’ho abbondantemente trovato e mi sono appassionata del suo percorso anche dopo quel 9 aprile 1945 nel quale il suo fidanzato, futuro sposo, Dietrich Bonhoeffer viene ucciso dalla Gestapo.

 

Maria negli anni ’42-’43 è una ragazza semplicemente innamorata, col cuore donato al suo Dietrich “Che cosa posso scriverti? In realtà c’è sempre solo quest’unica cosa da dire: ti voglio molto bene e ti appartengo completamente con tutto il mio fare, pensare e sentire”, ma anche una donna impegnata giorno e notte nell’assistenza ai malati e agli sfollati, e in ogni occasione possibile torna (spesso a piedi) a Berlino per i rari colloqui concessi, dai quali ogni volta il loro amore esce più grande e più profondo.

A poche ore da un colloquio così scrive “Tutto ciò che di solito fa male scompare quando sto seduta accanto a te, quando posso guardarti, e resta solo un ‘Tu’ grande e bello! Il commiato da te non era mai stato così difficile e la porta mai stata così spietata. Ma i tuoi occhi non devono essere tristi. Devi pensare che io sono con te, che il mio cuore cammina con te..”.

Man mano che il tempo passa e la prigionia si rivela più lunga di quanto immaginato, le lettere di Maria a Dietrich si fanno più accorate, ma anche più mature: in quelle straordinarie circostanze si cresceva in fretta e Maria cresce psicologicamente e spiritualmente in dialogo con Bonhoeffer, ma assumendo una statura propria affianco e non all’ombra di lui: “Io vorrei conoscere tutte le direzioni e le vie, per poter trovare la mia, ma me la devo cercare e costruire da sola, e non posso seguire sentieri già battuti”, si riferisce all’adesione alla chiesa confessante, ma questo atteggiamento segna e segnerà tutta la sua vita.

Scrive Bonhoeffer “(il nostro amore) è nato in modo davvero miracoloso, e ora viene anche miracolosamente mantenuto”, è vero eppure quell’amore ha un drammatico epilogo quando il Pastore viene ucciso dalle SS a guerra praticamente finita, mentre la sua innamorata lo cerca percorrendo chilometri e chilometri a piedi.

Dietrich Bonhoeffer muore e con lui muore anche la Maria von Wademayer fidanzata, ma a quella esperienza per quanto sconvolgente (occorre ricordare che aveva già perso il padre e un fratello per mano dei nazisti) Maria riesce a sopravvivere e anche a continuare quella ricerca di “un posto per sé” che aveva iniziato.

 

Nel 1948 parte per gli Stati Uniti per proseguire gli studi di matematica iniziati in Germania, si interessa di tutto, in particolare della libertà religiosa degli americani, e negli stessi anni si fidanza e poi sposa un connazionale Paul-Werner Schniewind. Poco dopo il matrimonio nasce il loro primo figlio Christopher ed entrambi si convertono alla chiesa anglicana, intanto Maria inizia a lavorare come statistica e poi come matematica, incontrando quello che diventerà il suo futuro: l’allora nascente informatica.

Il matrimonio pian piano si sgretola, Schniewind torna in Germania e Maria resta in America con i figli, affronta anche un secondo matrimonio, che fallisce a sua volta, così si trasferisce a Boston dove inizia a lavorare nell’azienda di produzione di computer Honeywell. In tutti questi anni si rifiuta di far pubblicare le lettere scambiate con Bonhoeffer ammettendo di sentirsi “incredibilmente vulnerabile riguardo a Dietrich e al mio rapporto con lui”.

La sua carriera prosegue, diventa dirigente del reparto di System Analys, unica dirigente donna in tutto il settore tecnico dell’azienda e intanto apre la sua casa a chiunque abbia bisogno di un riparo, in qualsiasi senso lo si intenda. Donna forte, dall’intelligenza vivissima, acuta fino a spaventare i suoi interlocutori, Maria mantiene sempre un forte legame con la famiglia in Germania, ma aiuta le sorelle più giovani a inserirsi nella società americana.

Muore di cancro il 16 novembre 1977 lasciando disposizioni chiare affinché nel suo funerale si legga il brano dalla Lettera ai Romani: “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli”. La Parola che aveva accompagnato tutto il corso della sua complessa e ricchissima esistenza terrena.

 

In questi tempi nei quali si cede spesso alla tentazione di credere che essere credenti significhi percorrere strade ben segnate, senza sbandamenti, tutti d’un pezzo e possibilmente ben radicati nei “valori tradizionali”, la vicenda di Maria esplode come un fuoco d’artificio meraviglioso e incontrollabile. Pluridivorziata, passata dalla chiesa luterana a quella evangelica, matematica, informatica, donna in carriera e sempre, sempre libera e consapevole del proprio essere figlia di Dio!

Se Bonhoeffer ci ha donato una luminosa testimonianza di martirio cristiano, Maria von Wedemayer è per me un’altrettanto splendida testimonianza di vita autentica: nella fatica, nell’amore, negli sbagli, soprattutto nella continua ricerca di Dio, mai dato per scontato e mai dimenticato. A quarant’anni dalla morte vorrei che Maria smettesse di essere soltanto la fidanzata di Dietrich e trovasse il suo posto tra le grandi donne del secolo scorso, nostra sorella e madre, per continuare a parlarci di libertà, verità e amore come solo lei ha saputo fare.