Sul movimento del 21 gennaio 2017

 

 

Due milioni scesi in piazza contro Trump.

Le imponenti manifestazioni delle donne del 21 gennaio 2017 – quando Due milioni e mezzo di persone sono scese in piazza in tutto il mondo contro Donald Trump - potrebbero segnare l’inizio di una nuova ondata di lotte femministe.

 

Al Presidente degli Stati Uniti – insediatosi alla Casa Bianca il giorno precedente - è stato inviato un messaggio chiaro: l'America "non sei tu". "Resisteremo, battendoci".

Da Washington a New York, da Londra a Sydney, da Roma a Berlino, da New Delhi a Cape Town, centinaia di migliaia di manifestanti hanno invaso le strade per dire no al 45esimo presidente degli Stati Uniti. A Washington almeno mezzo milione di donne in strada, il numero dei partecipanti è talmente elevato che gli organizzatori e le forze dell'ordine sono state costrette a rivedere il percorso del corteo: impossibile passare davanti alla Casa Bianca.

 

Molti i temi della protesta.

È stata la più grande mobilitazione di massa che abbia mai avuto luogo negli Stati Uniti in occasione del primo giorno in carica di un presidente, e in generale una fra le maggiori della storia americana recente. Si preannunciava tale, ma la partecipazione massiccia ha di sicuro superato le aspettative.

Gli eventi spaziavano su vari temi: dal party a tema LGBTQ organizzato proprio davanti alla casa di Mike Pence, a iniziative di protesta contro la guerra, la discriminazione razziale, la retorica anti-migranti e a favore dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, delle minorities, delle donne, che chiamano in causa la democrazia e una necessaria rivoluzione nella politica americana. E proprio le donne hanno trovato un posto privilegiato in questa costellazione, come organizzatrici dell’iniziativa principale.

21 Gennaio 2017 - Marcia di Protesta a Barcellona. ( dal sito di "La Repubblica")
21 Gennaio 2017 - Marcia di Protesta a Barcellona. ( dal sito di "La Repubblica")

 

Capacità organizzativa delle donne.

Ciò che colpisce da subito riguardo alla Women’s March del 21 Gennaio non è solo la rapidità con cui si è diffusa l’iniziativa, ma soprattutto la capacità organizzativa.

Le organizzatrici, le associazioni e i diversi gruppi partner che l’hanno promossa hanno compreso la necessità di darsi da subito uno statuto, una dichiarazione d’intenti.

Si legge infatti, come incipit degli unity principles del progetto della Women’s March: «dobbiamo creare una società nella quale le donne ‒ incluse quelle nere, native, povere, migranti, disabili, musulmane, lesbiche, queer e trans ‒ siano libere e capaci di sostenere e curarsi delle loro famiglie, comunque siano formate, in ambienti sicuri, salubri e liberi da impedimenti strutturali».

E a seguire, i principi chiamati in causa sono: fine della violenza, diritti riproduttivi, diritti per i soggetti LCBTQIA, per i lavoratori, diritti civili, diritti per i disabili e i migranti, giustizia ambientale.

 

Un femminismo che si connette ad altri movimenti.

Nel concepire una piattaforma di tale portata si è dunque compreso il potenziale dell’iniziativa e del momento storico in cui si realizza, ed è risultato imprescindibile rimarcarne, come argomento principale della dichiarazione d’intenti, il carattere intersezionale.

Come ha infatti ricordato Angela Davis a Washington, un femminismo che mira a essere intersezionale non può che opporsi apertamente a razzismo, islamofobia, antisemitismo, schierarsi a favore della piena accessibilità all’acqua e ai beni di prima necessità sulla striscia di Gaza o nelle terre delle tribù Sioux di Standing Rock.

Questo perché le donne oggi non hanno marciato da sole, e la loro marcia – la nostra marcia – può essere tanto più significativa nell’interconnessione con la miriade di altri movimenti e sommovimenti, boicottaggi e scioperi, con ogni tipo di lotta e di espressione di conflitto che rifiuta la frammentazione sociale.

La parcellizzazione caratterizzante la società neoliberale contemporanea sta alla base di quella frammentazione che costruisce contrapposizioni inibendo, nello stesso tempo, il conflitto, sussumendo nel proprio linguaggio la resistenza: si produce così un management del conflitto.

 

 

Marcia del 21 Gennaio 2017 - Roma - ( dal sito di "La Repubblica")
Marcia del 21 Gennaio 2017 - Roma - ( dal sito di "La Repubblica")

Il corpo della donna è di per sé intersezionale.

Proprio per questo c’è bisogno di un nuovo linguaggio e di nuove pratiche di resistenza. Tale linguaggio deve tenere presente lo spazio politico della comunicazione all’interno del quale si inserisce: nel passaggio tra la produzione del messaggio e la sua ricezione qualcosa rischia sempre di essere corrotto.

Perché il proprio di quel messaggio non vada perduto dobbiamo partire da ciò che abbiamo in comune – e questo comune è il corpo.

Solo a partire da un linguaggio che pensa il corpo come primariamente politico diventa possibile pensare la differenza e trovare una linea condivisa di resistenza.

E il corpo della donna è di per sé intersezionale (una donna può essere di bassa o alta estrazione sociale, può essere queer, può avere livelli di educazione diversi, può non avere un lavoro o essere precaria, appartenere a una minoranza etnica, culturale o religiosa, può essere una migrante – così come può essere tutte queste cose insieme), e subisce molteplici livelli di discriminazione, marginalizzazione, violenza.

Tenere insieme nel linguaggio della protesta tutte queste forme di diversity non è stato facile: fra le attiviste sono sorti problemi, e alcuni gruppi sono stati accusati di voler prendere il controllo sull’iniziativa (che rischiava di diventare troppo black, secondo alcune). Ma la complessità interna a ogni tassello di questo mosaico, e relativa alla necessità di tenerli insieme, deve essere la scommessa di un nuovo modello di organizzazione della protesta, che non si accontenta più di mobilitazioni parziali incentrate su una singola problematica per volta – e quindi spesso destinate a rimanere entro una prospettiva di minorità.

 

Il susseguirsi incalzante delle iniziative di Ni una menos.

I corpi delle donne che marciano rifiutano la parcellizzazione, e per questo motivo sono corpi di cui le donne si sono riappropriate. «Conquistare pienamente noi stesse abbracciandoci pienamente l’una con l’altra» è infatti uno degli slogan più significativi della mobilitazione di oggi.

La Women’s March del 21 gennaio non può essere compresa in tutto il suo potenziale se non in relazione alla mobilitazione delle donne che, nell’anno appena conclusosi, ha visto il susseguirsi incalzante delle iniziative di Ni una menos – che, a partire dallo sciopero delle donne argentine che hanno alzato la voce contro il femminicidio, ha trovato un ampio riscontro prima negli Stati dell’America Latina e poi in tutto il mondo – nonché l’ormai celebre «Black Monday» in cui le donne polacche sono scese in piazza per manifestare nell’ottobre scorso contro la nuova legge anti-abortista

Polonia: una giornata di sciopero per protestare contro la legge che vuole vietare l'aborto promossa dalle lobby ultra cattoliche e dal governo di destra
Polonia: una giornata di sciopero per protestare contro la legge che vuole vietare l'aborto promossa dalle lobby ultra cattoliche e dal governo di destra

 

Logica neoliberale e parcellizzazione sociale.

 

È proprio un linguaggio che parte dal corpo della donna, dalla sua imprescindibile ontologica differenza, ciò che ci permette di non essenzializzare il femminile. La posta in gioco sta nel comprendere la resistenza di questi corpi come imprescindibilmente interconnessa con quella di altri corpi – ed è possibile comprendere tale interconnessione solo appropriandoci di un linguaggio intersezionale. La logica neoliberale è stata infatti in grado di conservare e veicolare la parcellizzazione sociale, re-includendo in un ordine del discorso biopolitico soggettività che questo stesso discorso ha prodotto nella loro singolarità. Sono gli «anormali», il cui potenziale di resistenza risulta perfettamente neutralizzato dalla logica governamentale. E questa neutralizzazione consiste proprio nel costruire, definire, tassonomizzare e in questo modo rendere prevedibilmente produttivi i soggetti.

 

 

Costruire una piattaforma politica nuova.

 

Affinché la resistenza non sia una pratica informe, ma assuma la forma inclusiva dell’intersezionalità, è necessario fare in modo che questo movimento globale, che parte dalle donne ma include le soggettività più diverse, guardi oltre la presidenza Trump (di cui Bonnie Honig ha significativamente messo in evidenza l’emptiness e le già rilevanti dimostrazioni di disprezzo della cosa pubblica). Non basta infatti la contingenza di questo momento emergenziale: le potenzialità politiche delle pratiche femministe vanno infatti ben oltre quello che la campagna elettorale di Hillary Clinton ha inteso rappresentare. Non è (solo) sull’anti-trumpismo che si può costruire una piattaforma politica nuova, così come non è solo denunciando le violenze di cui è quotidianamente vittima il corpo della donna nella sua imprescindibile differenza, che si può rendere questa stessa differenza performativa.

 

 

La marcia delle donne è prima di tutto sciopero delle donne.

 

Un progetto politico ampio, che si auspica possa essere l’alta posta in gioco che aspetta le donne dopo questa inarrestabile mobilitazione, non può infatti prescindere dalla creazione di una piattaforma di discussione e di confronto costante. In questo modo sarà possibile problematizzare in maniera critica, per esempio, il concetto di «lavoro» (in relazione al quale la riflessione femminista si è produttivamente spesa sull’idea di «lavoro di cura», sul sex work e su altre pratiche considerate «non tradizionali») nella consapevolezza del potenziale politico della pratica dello sciopero; ma anche concetti come «famiglia», «cittadinanza», «sessualità». In questo modo, lo sciopero del e dal genere ci consente di praticare una politics of refusal. La marcia delle donne è prima di tutto sciopero delle donne, interruzione della performance del genere, e nello stesso tempo espressione, manifestazione, del carattere performativo del femminile. La comprensione teorica di questo permette di rendere la mobilitazione inclusiva, a partire da una concezione dello sciopero come pratica di interruzione della riproduzione performativa di un’identità: la ri-soggettivazione muove dalle donne ma diviene pratica collettiva.

 

Una pratica politica intersezionale e femminista ha inizio nel linguaggio, e non può che essere, prima di tutto, critica.

 

 

2017 – 03 -08