Il femminismo deve essere di tutte

 

Katha Pollitt

 

Sia chiaro: Ivana Trump non è una femminista.

Chi pensa che la figlia di Donald Trump, Ivanka, sia femminista? Per quanto ne so, solo Ivanka Trump e i conservatori che la usano per accusare le vere femministe di essere delle streghe. Invece ci sono innumerevoli articoli scritti da femministe per spiegare a tutte le persone convinte del contrario che Ivanka Trump non è una femminista.

Va bene, messaggio ricevuto.

 

Il femminismo liberal non è radicale e rigoroso.

Non molto tempo fa si diceva che il femminismo statunitense attraversava un ottimo momento: pensate a Beyoncé e alla candidatura di Hillary Clinton. Ma a un certo punto qualcuno ha cominciato ad accusare il femminismo di essere diventato troppo aperto: troppo consumistico, individualista e superficiale.

 

Secondo questa opinione il femminismo è diventato un’etichetta che può essere rivendicata da chiunque e usata per vendere qualsiasi cosa, facendo il gioco del grande nemico di un tempo, il capitalismo. L’ultimo libro di Jessa Crispin, Why I’m not a feminist (Perché non sono femminista), è un ottimo esempio di questa linea di pensiero: “Il mio femminismo non è il femminismo dei piccoli passi, ma un fuoco purificatore”.

 

Un’altra è la demonizzazione del “femminismo liberal” incarnato da Clinton, comune a tutta la sinistra statunitense (comprese riviste progressiste come New Republic, dove Crispin ha dato al “femminismo sbagliato” di Clinton la colpa della vittoria di Donald Trump, come se le donne bianche repubblicane ed evangeliche che hanno votato per Trump fossero in attesa del fuoco puriicatore di Crispin).

 

Il femminismo deve essere radicale rigoroso.

Queste critiche hanno un fondamento. Un movimento che vuole cambiare la società dev’essere radicale e rigoroso. Per esempio, non credo che si possa essere femminista e opporsi al diritto all’aborto. Allo stesso tempo, però, un movimento che sostiene di rappresentare gli interessi di metà della popolazione mondiale deve rivolgersi a un pubblico più ampio rispetto ai lettori di riviste come Jacobin o The Nation.

 

Sul femminismo pop.

A me non interessa molto la cultura pop, ma se Beyoncé dice di essere femminista e se la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie fa una Ted talk intitolata “Dovremmo essere tutte femministe” (e Beyoncé la campiona), perché dovrebbe essere un male? Non comportiamoci come il libraio che mi ha guardata con disprezzo perché ho conosciuto Game of thrones grazie alla serie tv, mentre lui legge George R.R. Martin da anni.

 

Ma anche se rifiutiamo il femminismo pop, non possiamo confonderlo con il cosiddetto “femminismo liberal”, accusato di pensare solo alle donne delle classi più ricche e non a quelle che devono mantenere dei figli con un lavoro malpagato. Anche in questa tesi c’è una parte di verità: alla maggior parte delle donne non importa niente se una manager viene assunta alla Apple.

 

Anche nel femminismo liberal elementi positivi.

Le donne hanno bisogno di un cambiamento radicale in tutta la società. Ma davvero il femminismo liberal non offre nulla a chi non appartiene all’élite? In realtà tra le cause che sostiene ci sono la lotta alla violenza contro le donne e alla discriminazione delle lavoratrici incinte, i diritti riproduttivi ed lgbt, i contraccettivi gratuiti e altre questioni fondamentali.

 

Negli ultimi anni queste insopportabili femministe liberal hanno ottenuto dei benefici economici significativi per le statunitensi. Nel 2016 lo stato di New York ha approvato una legge sul congedo di maternità retribuito e nel 2021 aumenterà il salario minimo fino a 12,5 dollari all’ora. Il sindaco di New York Bill de Blasio ha garantito le assenze per malattia pagate e l’accesso universale agli asili nido. Barack Obama ha imposto il congedo di maternità retribuito per tutte le dipendenti federali. Le deputate democratiche hanno proposto una legge sul congedo retribuito e l’abolizione dell’emendamento che limita i fondi per l’aborto. Il programma di Clinton era pieno di proposte per aiutare le donne con redditi medio-bassi. Persino l’odiatissima manager di Facebook Sheryl Sandberg capisce che alle donne serve qualcosa di più che l’ambizione: ha garantito un salario minimo di 15 dollari per i collaboratori, un minimo di 15 giorni di ferie pagate e un bonus da quattromila dollari per figlio a entrambi i genitori.

 

Bisogno di unità.

“Abbiamo bisogno di unità”, dice Ellen Bravo, direttrice di Family values @ work e attivista sindacale. “Abbiamo bisogno di un movimento di base guidato da chi ha i problemi più gravi, ma se una donna potente riesce a fare qualcosa nell’interesse delle lavoratrici dovremmo essere contente”. Ci sono molte vie di mezzo tra elogiare i vestiti rosa di Ivanka Trump ed escludere tutte le donne che non scendono in piazza per la rivoluzione.

 

Negli ultimi anni il femminismo è diventato più radicale e aperto: la giustizia riproduttiva, che si preoccupa soprattutto delle donne nere povere, sta sostituendo la libertà di scelta come concetto base dei diritti riproduttivi.

 

Il 21 gennaio 2017 è stata fatta una cosa buona.

Alla marcia delle donne del 21 gennaio ha partecipato una grande varietà di persone, dalle musulmane alle transgender che reggevano cartelli per sostenere Black lives matter. Non era femminismo buonista, ma era una cosa buona.  as