Protezione umanitaria.

È una forma residuale di protezione per quanti non hanno diritto al riconoscimento dello status di rifugiato, né alla protezione sussidiaria. Il permesso di soggiorno per motivi umanitari viene rilasciato dal questore, a seguito di raccomandazione della Commissione territoriale, quando ricorrono serie ragioni di carattere umanitario, come motivi di salute o di età, oppure in presenza di vittime di episodi di violenza o disastri ambientali, carestie. Ha una durata di 2 anni, è rinnovabile.

L’istituto della protezione umanitaria (introdotto nel 1998 dalla legge “Turco-Napolitano” e successivamente confluito nel Testo Unico Immigrazione, articolo 5 comma 6) è stato previsto dal legislatore con l’obiettivo di dare tutela a quelle situazioni “che non trovano compiuta corrispondenza in quelle astratte previste dal Testo Unico dell’Immigrazione”, come si legge in una scheda curata da Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione).

 

Per spiegare meglio: la protezione umanitaria serve a riconoscere il permesso di soggiorno a quel migrante che non arriva da zone di guerra, ma si trova lo stesso in una situazione (famigliare, di salute, personale) meritevole di tutela. Ad esempio perché malato e nel suo paese non trova terapie adatte, o perché minacciato di morte. Negli ultimi anni ci è rientrato anche chi, in attesa dell’esito della richiesta d’asilo, ha trovato un lavoro regolare e ha dimostrato di essersi integrato. «È quel criterio “premiale” che il Viminale, sbagliando, vuole reprimere », osserva Mario Morcone, ex capo Dipartimento dell’immigrazione e ora direttore del Consiglio italiano dei Rifugiati. «È contro l’interesse dell’Italia ridurre la protezione umanitaria: ci saranno molti più irregolari in giro, senza la possibilità di integrarsi. E non li potremo rimpatriare veramente, perché non abbiamo accordi con i Paesi di partenza».