Sulla sorte dei migranti, l’Europa si gioca l’anima

 

naufraghi e navi ONG
naufraghi e navi ONG

Secondo Tahar Ben Jelloun ( il Manifesto del 4 lug 2018 ), esiste attualmente in Europa un clima di “demonizzazione dello straniero” e un intensificarsi di sentimenti islamofobici e antisemiti. Alimentato dal pericolo del terrorismo, non si distingue più fra chi è un rifugiato per motivi politici e chi fugge per migliorare la sua vita: ogni migrante che giunge dall’Africa viene visto come un pericolo, anzi di più: come un nemico.

Reti poste alla frontiera
Reti poste alla frontiera

Le attuali politiche dell’Europa sono contrarie non solo a elementari concetti di solidarietà ma anche ai valori fondanti delle nazioni che hanno dato vita all’Unione Europea. Perciò sulla sorte dei migranti l’Europa si sta giocando la propria anima, se mai l’avesse proprio avuta.

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Tuttavia – lo si voglia o no – l’Europa è ormai un paese di immigrazione ( come dimostra – fra le altre cose – il fatto che nello sport vincano medaglie anche atleti/e Europei/e che appartengono ai migranti di seconda generazione).

Anche gli States sono un paese di immigrazione, ma i razzisti negano questa evidenza: Trump dimentica come si sono formati gli Stati Uniti e i suoi epigoni europei non sono da meno.

 

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( Raniero La Valle - in “www.chiesadituttichiesadeipoveri.it” del 3 luglio 2018 )

 

L'Europa, chiamata a pronunziarsi sulla rivoluzione migratoria dalla forte iniziativa italiana, ha scelto, senza se e senza ma, la controrivoluzione, da Macron a Seehofer a Salvini ai Paesi di Visegrad.

Frontiere chiuse e avviso ai naviganti di lasciar perdere in mare i naufraghi (anche i bambini dei papà, come direbbe Salvini) o di destinarli alle motovedette penitenziarie libiche. Nello stesso tempo l'Europa rimetteva a intese volontarie tra i singoli Paesi un'eventuale ricollocazione dei profughi tra loro. In quell'istante nel vertice di Bruxelles finiva l'Unione Europea e restava un'unione intergovernativa europea, singoli Stati sovrani correlati da intese e trattati tra loro. Finiva l'Europa ma restava l'euro: lui, l'unico sovrano. E da questo momento in poi il problema non ê più quello di uscire dall'euro, ma di farvi entrare l'Europa.

Si è avverato così ciò che era stato predetto da molti, e in particolare tra noi da Luigi Ferrajoli: un'unione monetaria senza una democrazia politica è destinata a fallire.

Ma l'Europa che chiude porti e frontiere, che fa la controrivoluzione con campi di espulsione e di detenzione (di "ancoraggio"!) dentro e fuori i confini del proprio territorio, è veramente l'Europa, è cioè quella "idea d'Europa" che corrisponde all'immaginario di un italiano, di un francese, di un berlinese quando sente parlare d'Europa?

Noi, quando diciamo Europa, inevitabilmente pensiamo alla "piccola Europa", quella di Altiero Spinelli, di De Gasperi, Schumann, Spaak, Adenauer, che nacque sulla spinta ideale del superamento dei conflitti culminati nella seconda guerra mondiale. Era un'Europa figlia della Resistenza e dell'antifascismo, aveva le stesse origini della Costituzione italiana, per questo le due andavano d'accordo. Essa escludeva l'Est, nata com'era a ridosso della cortina di ferro, era parte integrante della NATO, incorporata nel sistema Occidente. Noi ne lamentavamo la ristrettezza e il settarismo atlantico, ma le culture erano omogenee, le classi politiche di governo pensavano allo stesso modo.

L'Europa dei 28 ha invece una tutt'altra origine, nasce dal capitalismo vincente che si è proclamato globale alla caduta del Muro, si è europeizzato a Maastricht e con Prodi ha integrato nell'Unione Europea e nel sistema Occidente i Paesi dell'Est, precipitosamente sottratti all'influenza russa (intesa come ex-sovietica). Questa Europa, figlia di un'altra storia, non ha parentele con la Costituzione italiana, e si vede. Non è che da noi ê venuto meno l'europeismo, è l'Europa che non si trova più.

A questo punto deve essere chiaro che se la partita politica è importante, quella culturale lo è ancora di più. Perciò il magistero del governo è pericoloso, e gli eventi seguiti al 4 marzo ne portano la responsabilità. Ora infatti tutto deve essere cominciato di nuovo e la cultura che abbiamo perduto o stiamo perdendo, quella che un tempo fu l'anima dell'Europa e anche nostra, dovrà essere il primo scalino per salire a una nuova cultura, a un'anima più dilatata e fraterna.

( 4 lug 2018  )