PER UNA CHIESA INCLUSIVA

 

 

Percorso di formazione in vista della piena inclusione delle persone omosessuali nella vita delle chiese

 

        ( proposto dal Dipartimento di Teologia dell’UCEBI - novembre 2017)

 

 

Prima di iniziare un po’ di storia…..

La piena inclusione nella vita delle chiese delle persone omosessuali è sul tappeto del protestantesimo italiano dalla fine degli anni novanta quando nascono sia la R.E.F.O, sia il G.L.O.M (Gruppo di Lavoro sull’Omosessualità delle chiese BMV).

Il G.L.O.M. lavora per ben sette anni producendo studi, questionari, convegni e visitando chiese e Associazioni regionali. Redige poi il documento che verrà approvato dall’Assemblea-Sinodo del 2007, del quale riportiamo un frammento molto significativo:

….. mentre confessa il peccato della discriminazione delle persone omosessuali e delle sofferenze imposte loro dalla mancanza di solidarietà, condanna ogni violenza verbale, fisica e psicologica, ogni persecuzione nei confronti di persone omosessuali;

invita tutte le credenti e tutti i credenti a sostenere quelle iniziative tese a costruire una cultura del rispetto, dell’ascolto e del dialogo

invita le chiese ad accogliere le persone omosessuali senza alcuna discri­minazione;

invita le chiese, nell’ottica di uno Stato laico, a sostenere e promuovere concretamente progetti e iniziative tesi a riconoscere i diritti civili delle persone e delle coppie discriminate sulla base dell’orientamento sessuale;..

Mentre nel 2010 il Sinodo valdese intraprende la strada delle benedizioni delle coppie dello stesso sesso (previo accordo con la chiesa locale), nel 2012 e 2014 l’Assemblea battista tornerà sull’accoglienza delle persone omosessuali senza, però, andare oltre alla dichiarazione congiunta del 2007.

La questione occupa il Collegio Pastorale battista, che vi dedicherà un aggiornamento e diverse discussioni e da sette anni la Commissione Fede e Omosessualità mista BMV opera nella realtà battista.

L’ultima Assemblea UCEBI (2016) ribadisce l’opposizione a ogni forma di omofobia e all’idea che l’omosessualità sia “una malattia del corpo e dell’anima” invitando le chiese a proseguire, o ad avviare ove non sia stato iniziato, il confronto riguardo la piena inclusione e partecipazione delle persone omosessuali nella vita delle chiese stesse e auspica che tale processo conduca alla benedizione delle coppie laddove venga richiesta.

 

Dall’ultima Assemblea, il Dipartimento di Teologia è stato sollecitato da diverse richieste da parte di chiese locali e associazioni regionali: per tale ragione, alla luce di questo Atto assembleare, in un’ottica di servizio e per avere un orizzonte il più possibile condiviso nelle varie realtà, il DT offre alle chiese questo percorso di formazione.

 

Due premesse

Sebbene ci occupiamo del concetto di “omosessualità” (parola che nasce solo alla metà dell’Ottocento), ciò che ci sta veramente a cuore sono le persone omosessuali, donne e uomini attratte affettivamente, eroticamente e sessualmente da persone dello stesso sesso.

Come la sessualità delle persone eterosessuali non definisce la totalità della loro persona, così l’orientamento sessuale della persona omosessuale esprime solo una parte della propria identità. La nostra identità si definisce in base a una complessa interazione fra tante variabili come il genere, l’età, la condizione economica, la nazionalità, la professione e via dicendo. Secondo Amartya Sen

Esiste una gran quantità di categorie diverse a cui apparteniamo simultaneamente. Io posso essere al tempo stesso un asiatico, un cittadino indiano, un bengalese con antenati in Bangladesh, residente in America e Gran Bretagna, economista, filosofo a tempo perso, scrittore, sanscritista, convinto assertore del laicismo e della democrazia, uomo, femminista, eterosessuale, difensore dei diritti dei gay e delle lesbiche....

(Amartya Sen, Identità e violenza, Bari, 2006, p. 20)

 

Per questo motivo sarà importante nel nostro percorso:

a) conoscere e entrare in relazione con persone omosessuali;

b) essere disponibili a conoscere meglio noi stessi/e ed i nostri mol­teplici aspetti.

 

Alla luce di quanto detto (e arriviamo alla seconda premessa), riteniamo che sia controproducente iniziare il percorso partendo dallo studio dei testi biblici che si presume parlino dell’omosessualità.

 

Per alcuni, infatti, questi testi sono proprio alla base dell’omofobia che vogliamo contrastare. Partendo da essi, quindi, si rischia sia di confermare un pregiudizio omofobico sia di impantanarsi in sottigliezze esegetiche o discussioni ermeneutiche.

 

Questo approccio non significa allontanarsi dalla testimonianza biblica bensì individuarne il cuore e prenderlo sul serio. Detto in altri termini, la nostra premessa teologica è semplice:

l’amore di Dio è inclusivo in quanto include nella nuova realtà che Gesù è venuto a portare (il Regno) tutte le persone che per un motivo o un altro (genere, appartenenza etnica- religiosa, disabilità, povertà, “peccaminosità”) ne sono escluse.

 

Si arriva a questa premessa partendo sia dai vangeli che dalle lettere di Paolo (vedere appendice)

 

 

 

Il percorso

Il percorso è pensato per la chiesa locale o per un gruppo di studio al suo interno. Si articola in una serie di tappe ed è composto di una o più sessioni di circa un’ora e mezzo cadauna. È fondamentale che chi guida il percorso si prepari per ogni incontro e aiuti il gruppo a tenerne le fila. Essendo la sua finalità non solo teorica ma anche esistenziale, è importante che il leader aiuti il gruppo a:

a) rimettersi alla guida dello Spirito median­te canti e preghiere;

b) stabilire e rispettare le regole di interazio­ne tra i membri del gruppo (da questo punto di vista è importante avere una formazione di base sullo stare in gruppo e sulle tecniche di ani­mazione.  ( * )

 

È bene, soprattutto nelle tappe che prevedano l’incontro con persone esterne, che ci sia un momento di convivialità (che fa miracoli). Il percorso, pensato per comunità con poco o nessun contatto con delle persone omosessuali, è ovviamente modificabile per le esigenze delle singole chiese.

 

 

1. Gli stereotipi sull’omosessualità

 

Nella prima tappa (basta una sessione) si analizza e si scopre “dove siamo” rispetto alla piena inclusione nella chiesa delle persone omosessuali, permettendo al gruppo di esprimersi riguardo all’omosessualità.

 

La tecnica è quella del “brainstorming”. In questa fase è importante avere un atteggiamento non giudicante, in modo che ciascuna e ciascuno possa esprimersi. Ogni definizione deve essere preceduta da “per me”, “nella mia esperienza”, espressioni che sottolineino la soggettività delle definizioni. L’argomento può toccare corde del proprio vissuto, anche doloroso, che non tutti sono in grado di gestire. È compito di chi conduce mantenere e rendere il gruppo responsabile della costruzione di un clima di condivisione e di so­spensione del giudizio.

 

Al gruppo viene richiesto di:

a) definire l’omosessualità; “Per me l’omo­sessualità è”

b) individuare le caratteristiche associate all’omosessualità e gli ambienti che maggior­mente si associano al “mondo omosessuale”.

 

Tutte le risposte vengono riportate su dei cartelloni: “L’omosessualità è ...”; “La persona ’omosessuale è...”; “Gli ambienti in cui più facil­mente troviamo le persone omosessuali sono....”

 

Quando il gruppo ha espresso tutto ciò che ha da dire, il/la facilitatore/trice lo aiuterà a porre ordine individuando temi e sottotemi, facendo emergere un quadro delle comprensioni o pre­comprensioni, che a volte possono dar luogo a stereotipi e pregiudizi, che portiamo dentro sulle persone omosessuali, rilevando le aree di consenso e di dissenso all’interno del gruppo stesso.

 

 

 

2. Immagini e storie dell’omosessualità

 

Nella seconda tappa (di una o più sessioni che possono essere ripetute durante il percorso) ci si avvicina maggiormente alla realtà delle persone omosessuali attraverso uno o più film. È imprescindibile che il leader del gruppo:

 

a) veda prima il film per preparare la discussione successiva

b) raccolga subito le reazioni emotive del gruppo al film (Ci fa ridere? Ci fa piangere? Ci scandalizza? Ci indigna? Con chi mi sono iden­tificato/a ecc.)

 

La visione dell’omosessualità emersa nella prima sessione è stata confermata o smentita? Alla fine si chiede ai/alle partecipanti del gruppo di rispondere a questa domanda: che cosa ho imparato da questo film?

 

Sono migliaia i film che trattano l’argomento:

drammatici, come Boys don’t cry di K. Pierce – non adatto a tutti/e – o Prayers for Bobby (R. Mulcahy);

ricostruzioni storiche come Milk (G. Van Sant) o Pride (M. Warchus), commedie brillanti come In and Out (F. Oz) o L’apparenza inganna (F. Veber) e, per la produzione tutta italiana, i film di Ozpetek: Le fate ignoranti, La finestra di fronte, Mine vaganti, Saturno contro, (è possibile elaborare una filmografia più completa a seconda delle esigenze e metterla a disposizione dei/lle animatori/trici dei gruppi con una eventuale scheda introduttiva).

 

 

 

 

3. Che cos’è l’omosessualità? Omosessuale si nasce o si diventa?

 

A questo punto il gruppo cerca di comprendere meglio l’omosessualità e l’identità sessuale in quanto tale. È un campo di studio in fermento. L’ideale sarebbe richiedere l’aiuto di un/a esperto/a legato/a ad un’associazione lgbtq locale.

 

È un buon motivo per cercare contatti con attivisti lgbtq e chiedere loro una consulenza. Molti gruppi hanno esperti pronti e preparati per parlare di temi connessi al genere e all’identità sessuale.

 

É importante che il/la responsabile del gruppo incontri prima l’esperto e spieghi esattamente ciò che gli/le sta chiedendo e la tipologia del gruppo richiedente onde evitare spiacevoli sorprese da entrambe le parti.

 

Un’associazione che lavora in questo campo è NUDI (Nessuno Uguale Diversi Insieme). Se non è possibile avere un contatto diretto con un attivista lgbtq, il/la facilitatore/trice può aiutare il gruppo stesso a leggere e a commentare il volantino su genere e identità sessuale preparato dalla Società italiana di psicoterapia per lo studio delle identità sessuali (www.sipsis.it), oppure a confrontarsi con i capitoli 2 e 3 di Paolo Rigliano, Amori senza scandalo. Cosa vuole dire essere lesbica o gay, Milano (2001).

 

 

 

 

4. Innanzitutto persone!

 

In questa tappa (che può avere più di una sessione) si toccherà con mano la vita delle persone omosessuali inserite in contesti comuni a tutti/e. Due di questi si suggeriscono spontaneamente, la famiglia e la chiesa. L’AGEDO è un’associazione nazionale di genitori di omosessuali: ha prodotto un filmato molto efficace “Due volte genitori” e le mamme e i papà dell’AGEDO sono disponibili ad incontrarsi con gruppi e condividere le proprie esperienze (www.agedo.org). Le persone omosessuali ovviamente non sono solo figli e figlie ma si trovano all’interno di una rete di relazioni alle prese con la vita familiare esattamente come le persone eterosessuali. Si può imparare tanto da rappresentanti della LINFA (Lega italiana nuove famiglie). Di nuovo è importante un contatto previo tra responsabile del gruppo ed esponenti dei vari gruppi che vengono invitati a parlare.

 

Un altro modo di entrare in contatto con le persone omosessuali è attraverso il linguaggio di una fede condivisa. Esistono numerosi gruppi di credenti omosessuali di ispirazione evangelica, ecumenica o cattolica. Il mondo cattolico non è affatto così monolitico come lo immaginiamo e ci sono numerosi gruppi di credenti omosessuali cattolici sul territorio nazionale. Molto utile in questo senso è il portale www. gionata.org.

 

Ovviamente questo approccio è più facile per le comunità che abbiano già una dimestichezza ecumenica. Si può pensare a una serata di testimonianze da parte di ambedue gruppi su temi attinenti alla fede (ovvero non focalizzati sull’omosessualità in quanto tale). Un buon modo per stabilire o approfondire una relazione in questo senso è mediante una veglia ecumenica contro l’omofobia e la transfobia. Promuoverne una o partecipare alla veglia organizzata da altri non significa porre il carro davanti ai buoi, in quanto si tratta di dare forma e consi­stenza al tradizionale impegno battista a favore dei diritti umani di tutti e di tutte. Le veglie sono ottimi veicoli per abbattere i nostri pregiudizi e superare la nostra omofobia perché usano una forma e un linguaggio familiari. Versetti guida, liturgie e studi biblici sono tutti disponibili nei portali dell’Ucebi, della Refo e di Gionata.

 

 

 

 

5. Omosessualità e Bibbia!

 

Solo a questo punto del percorso si affrontano i testi biblici. La durata di questa tappa dipenderà da come i seguenti versetti saranno ritenuti di ostacolo o meno alla piena inclusione delle persone nella vita della chiesa. I brani generalmente ritenuti attinenti al nostro tema sono:

  Gen 19 (la storia di Sodoma e Gomorra);

     Lev 18-19 (il codice di santità);

        Rom 1, 24-27 e altri riferimenti in Paolo (1 Cor 9,6; 1 Tm 1,10).

 

Potete farvi aiutare da T. Römer e L. Bonjour, L’omosessualità nella Bibbia e nell’antico Vicino Oriente (Torino, Claudiana 2007) oppure dagli studi prodotti per le nostre chiese e reperibili sul sito dell’ucebi (seguire: documenti chiesa e società diritti e discriminazioni fede e omosessualità).

 

Le domande da porre al gruppo sono:

 

1) in che modo questi testi interagiscono con l’idea che ci stiamo facendo della omosessualità?

2) le immagini e le storie che ne emergono da questi raccontano di relazioni omosessuali come oggi le conosciamo (ovvero libere unioni mosse dall’amore tra adulti consenzienti che essi condividano una dimensione sessuale o meno)?

3) ci sono altre idee bibliche che li modificano sostanzialmente? Quali sono?

 

Solo a questo punto, e se è necessario, ci si sofferma sulle premesse del percorso stesso: la giustificazione per fede e l’amore inclusivo di Dio rivelato in Gesù (cfr. appendice).

 

 

 

 

 

6. L’omosessualità adesso, per me, per noi

 

In questa tappa (basta una sessione) si tirano le somme del percorso, paragonando il punto di arrivo del gruppo con il punto di partenza.

 

In che modo è cambiata la nostra visione dell’omosessualità? 

Quanto e in che senso si è modificato il nostro atteggiamento verso le persone omosessuali?

Che cosa abbiamo imparato su noi stessi/e?

 

A questo punto si possono introdurre alcuni elementi sul vero problema, l’omofobia (cfr. Daniel Borrilli, Omofobia. Storia e critica di un pregiudizio, Bari (2009)).  Si prepara un altro cartellone che corrisponde a dove il gruppo è arrivato “L’omosessualità è ...”;La persona ’omosessuale è...”; “Gli ambienti in cui più facilmente troviamo le persone omosessuali sono....”. Dove siamo adesso?

 

 

 

 

 

7. Le chiese e la piena inclusione delle persone omosessuali

 

In questa tappa il gruppo condividerà i convincimenti ai quali è pervenuto (nella sesta tappa) con tutta la chiesa.

Questa condivisione può assumere la forma di un culto preparato dal gruppo stesso. Quest’ultimo è invitato ad interrogarsi sulla vocazione che Dio sta rivolgendo alla chiesa per quanto riguarda le persone omosessuali (e altre persone soggette a discriminazione a causa dell’identità sessuale o meno).

Soprattutto si chiederà che cosa impedisce la piena inclusione delle persone omosessuali nella vita della chiesa di cui fa parte. Se ci sono rimasti punti da approfondire, sarà necessario organizzare un tempo per farlo. Se non ci sono obiezioni in merito, il gruppo/la chiesa deciderà come formalizzare la posizione di piena inclusione raggiunta in modo che sia riconosciuta come aspetto qualificante della vita della comunità (pronunciamento assembleare o simile).

Se la chiesa ha dubbi su come procedere può mettersi in contatto con le chiese consorelle le quali sono già pienamente inclusive tra le quali: Albano, Grosseto, Siracusa, Torino Passalacqua, Catania, Cagliari, Roma Centocelle .... Infine, si racconta ad altri l’esperienza vissuta durante il percorso secondo i dettami del canto “ed ora tu, sì proprio tu ad altri passalo”!

 

 

( * )

 

Ausili utili sono M. Jelfs, Tecniche di animazione, Torino 1986, G. Speltini, Stare in gruppo, Bologna 2002, S. Manes, a cura di, 83 giochi psicologici per la conduzione dei gruppi Milano 2002, K.W. Vopel, Manuale per anima­tori di gruppo, Torino 1991).

 

 

 

Appendice:

 

Premesse biblico-teologiche della piena inclusione delle persone omosessuali nella vita delle chiese. 

 

L’idea che la testimonianza biblica abbia un cuore o un nucleo irriducibile è espresso da Gesù per il quale tutta la legge e i profeti sono riconducibili ai due comandamenti che compongono il gran comandamento (Mt, 22,34-40). Inoltre, quando c’è da dirimere tra interpretazioni diverse del senso degli antichi scritti, Gesù ci offre una linea guida “Ora andate e imparate che cosa significhi: Voglio misericordia e non sacrificio” (Mt 9,13).

 

Nel 500° anniversario della Riforma protestante, la giustificazione per fede si presenta come candidato naturale per la nostra premessa in quanto idea centrale e fondante delle chiese protestanti. Concentriamoci sull’idea come viene formulata da Paolo in Romani: i passaggi fondamentali sono quattro:

 

1. Siamo tutti sottoposti al peccato “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (3,23)

 

2. Ora però (3,21) “sono giustificati gratuitamente per la sua grazia” (3,24)

 

3. Prima conseguenza: qualsiasi vanto è escluso “Dov’è dunque il vanto? Esso è escluso” (3,27)

 

4. Seconda conseguenza: “Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri” (13,8) il quale porta ad accogliere “gli uni gli altri come Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio” (15,7).</p

 

Contestualizziamo il suo pensiero: parlando di “tutti”, Paolo si riferisce ai giudei e ai gentili (3,9), le due categorie in cui nelle chiese delle origini le persone erano divise.

Da una parte, gli ebrei, che avevano accolto Gesù e che formavano il nucleo della prima chiesa cristiana e, dall’altra, i credenti di origine non ebrea che successivamente avevano aderito al movimento (i pagani di cultura ellenistica).

Le lettere di Paolo prima, e il libro degli Atti poi, testimoniano del fatto che la questione della convivenza di questi due gruppi all’interno della comunità cristiana rischiava di dividere le chiese. Già allora, dunque, le chiese si confrontavano e si scontravano sulla questione di “piena inclusione”.

 

I due gruppi nutrivano una serie di pregiudizi gli uni nei confronti degli altri. Nell’ambito ellenistico erano i Greci a considerarsi superiori ai Giudei, mentre nell’ambito del cristianesimo nascente erano i credenti di origine giudaica a considerarsi migliori. Non solo, ma alcuni di questi ultimi volevano obbligare i neo convertiti di origine pagana a farsi circoncidere e a osservare la Torah. Paolo affronta direttamente la questione nella Lettera ai Galati ed è l’argomento all’ordine del giorno del consiglio di Gerusalemme (Atti 15, 1): la pretesa di superiorità da parte del “Giudeo” (con la conseguente esclusione dalla salvezza del Greco non circonciso) è categoricamente respinta da Paolo il quale, ovviamente, era giudeo anche lui. “Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato (Rom 3,9). Infatti, “non c’è distinzione” tutti hanno peccato ma tutti, Giudei e Greci, sono “giustificati gratuitamente per la sua grazia”. Ne consegue che qualsiasi pretesa di superiorità (“il vanto”) viene categoricamente esclusa (Rom 3,27-30).

Il libro degli Atti racconta il modo in cui la questione di esclusione dei credenti di origine non giudaica viene superata da una buona parte della chiesa di origine giudaica in modo che il Vangelo possa raggiungere “le estremità della terra”.

La lettera di Efesini, invece, sviluppa il pensiero paolino in materia interpretando l’opera di Cristo come la riconciliazione di questi due gruppi, la fine del muro di divisione che li separava l’uno dall’altro e la convivenza pacifica dei due popoli nella “famiglia di Dio” (Ef 2,11-19).

 

Ci proponiamo di prendere il modo in cui Paolo interpreta il Vangelo e applicarlo al nostro tema. Questa strada è intrapresa dall’apostolo stesso, il quale estende la logica che ho appena descritto ad altre categorie sociali costruite in opposizione l’uno all’altra (libero e schiavo, maschio e femmina). In Galati 3,21-29 ci troviamo all’interno della stessa logica che ci porta a Gal 3,28.

Detto altrimenti, poiché siamo giustificati per grazia, nessuno può ritenersi superiore in base alla sua origine culturale o religiosa (perché giudeo e non greco), in base al suo status sociale (perché libero e non schiavo) o in base al genere (perché maschio e non femmina).

Nell’economia divina (resa possibile dalla redenzione in Cristo Gesù), l’essere maschio e non femmina, giudeo e non greco, libero e non schiavo non comporta nessun vantaggio e non può essere considerato motivo di vanto.

Possiamo anche dire il contrario: ossia ciò che prima costituiva uno svantaggio, motivo di esclusione e discriminazione sociale, ora non lo è più.

L’essere di origine pagana, l’essere schiavo o schiava, l’essere donna non comporta più nessuno svantaggio e non è motivo d’esclusione dalla chiesa, anzi, “non siete più né stranieri né ospiti bensì concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio” (Ef 2, 19).

La sfida delle prime comunità cristiane, quindi, era di trasformare questo cambiamento di status, frutto del Vangelo, in organizzazione ecclesiale e sociale.

La proposta alla base di questa premessa è di estendere la logica della giustificazione per fede mediante la grazia a coloro che oggi subiscono una discriminazione analoga a quella subita dal greco, dallo schiavo e dalla donna ai tempi di Paolo, ovvero alle persone di diverse identità sessuali (lgbtq).

Esiste un largo consenso sul fatto che la discriminazione di cui sono oggetto le persone omosessuali rispecchia la stessa logica di esclusione che si è praticata nei confronti delle donne, degli stranieri, delle persone di colore e via dicendo. Da tempo, infatti, le donne hanno riconosciuto che la loro discriminazione ed esclusione andava a pari passo con quella di altri soggetti come le persone omosessuali o di colore e che le diverse forme di discriminazione si intersecano e si alimentano a vicenda.

 

Comprendere il Vangelo in termini della giustificazione significa che:

 

I. l’umanità tutta con tutte le sue differenze, tanto coloro che oggi vengono riconosciuti come eterosessuali quanto coloro che si riconoscono omosessuali, hanno peccato e non c’è nessun giusto, nemmeno uno.

 

II “ma ora” è stata manifestata la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo e per tutti coloro che credono (infatti non c’è distinzione tra etero o omosessuale) tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia.

 

III Il vanto da parte di persone di identità eterosessuale è quindi escluso. Per quale legge? Delle opere, ovvero dal mero fatto di essere eterosessuale e non omosessuale? No, per la legge della fede. Dio é forse solo Dio degli etero? Non è egli anche Dio delle persone omosessuali e di tutto il popolo arcobaleno lgbtq? Certo è anche Dio degli altri popoli!

 

IV Etichettare qualcosa di così sfuggente come la sessualità comporterebbe il rischio di un’esclusione reciproca dal corpo di Cristo il quale ci chiama, invece, ad amarci gli uni gli altri e ad accoglierci gli uni gli altri, come anche Cristo ci ha accolti per la gloria di Dio. 

 

La giustificazione per fede mediante la grazia mette tutte le persone insieme alle loro affiliazioni multiple nella stessa identica posizione davanti a Dio. Compito della chiesa è agire tale verità in seno alle chiese e nella società. E questo “per la gloria di Dio”.

 

Vagliamo questa interpretazione alla luce dei vangeli: in altre parole, ci chiediamo se c’è qualcosa nell’attività di Gesù che indichi che la strada intrapresa sia quella giusta. Notiamo subito che se dovessimo andare alla ricerca di “cosa ha detto Gesù sull’omosessualità” rimarremmo delusi.

Gesù non si interessa minimamente dell’identità sessuale delle persone che incontra mentre si interessa molto, anzi moltissimo, del modo in cui le persone usano il denaro e le ricchezze o del modo in cui si trattano a vicenda. A differenza delle chiese, Gesù sull’identità sessuale ha poco o niente da dire.

 

Qual è, dunque, il punto di contatto tra la vita di Gesù e il pensiero di Paolo?

 

Lo si trova nel modo in cui Gesù tratta le persone escluse dalla piena vita religiosa e/o sociale dell’epoca, ovvero coloro ritenuti per un motivo o un altro impuri.

Ne abbiamo tantissimi esempi nei vangeli: i peccatori, i pubblicani, le persone ammalate ( e in modo speciale i lebbrosi), coloro che non potevano osservare le leggi di purità (come le abluzioni rituali) per motivi di lavoro o di costi; sono le donne in generale e alcune in modo particolare ( le prostitute, le pagane, la donna col flusso di sangue).

Contro la tendenza sistematica di una parte del giudaismo dell’epoca di discriminare queste persone e considerarle inferiori, l’ebreo Gesù le accoglie a pieno titolo nel suo movimento affermando la loro precedenza nel Regno sulle persone dell’establishment religioso (Mt 21,31).

Discutendo il codice di onore e disonore che vigeva all’epoca del NT, si è scritto “nessuno può essere disonorato dall’esterno, senza dubbio può provare vergogna, può sentirsi colpevole di cose che non dovrebbe aver fatto.

Per questo motivo molti episodi terminano con le parole: “Va e non peccare più. Ma secondo il contesto di Gesù “un essere umano non ha legittimamente potere di disonorare un altro, di estromettere quell’altro dalla comunanza con Dio e l’umanità” (p. 98)

Chi scrive queste parole non è un attivista lgbtq ma un normalissmo studioso del NT, Stephen Patterson (Il Dio di Gesù. Il Gesù storico e la ricerca del significato, Torino 2005), il quale prosegue,

Parlando dell’Impero di Dio come di un luogo in cui i valori umani sono rovesciati, in cui coloro che sono liquidabili per il regnum status quo sono posti al centro dell’attenzione, parlando insomma di un impero che appartiene ai mendicanti, Gesù dava espressione all’idea che Dio non rispetta i valori e i giudizi umani sull’importanza relativa delle persone. Una persona umana ha un valore unico per Dio, un valore supremo. Per Dio non ci sono esclusi. Nessuno è impuro per Dio; nessuno è inadatto a presentarsi a Dio. L’amore di Dio include tutti, così come sono, anche le prostitute, i gabellieri, i peccatori (p. 139).

Alla fine del libro, Patterson afferma che Gesù:

si opponeva a che certe persone fossero esiliate dalla comunità umana sulla base di tabù tradizionali, come l’avversione popolare alla lebbra. Ma tabù e pratiche disumanizzanti di quel genere si possono trovare nella maggiore parte delle culture. Ai giorni nostri le persone colpite da AIDS sono vittime dello stesso tipo di ostracismo. Gesù avrebbe contestato questo modo moderno di conservare la purità allo stesso modo che contestava le pratiche equivalenti che esistevano nell’antichità (p. 231).

Lo stesso Patterson ritiene che l’intuizione fondamentale della natura inclusiva dell’amore di Dio “si è espressa nella teologia di Paolo come concetto della grazia” (p. 139). Partendo da questa posizione riconosciamo “l’immensa grazia del Signor! Fu lei che mi trovò; da Lui lontano a me guardò, perduto mi salvò”. La piena inclusione delle persone nella vita delle chiese è una conseguenza diretta del messaggio del Vangelo.

 

 

 

( 2017 – 11 – 24 )