TERMINAL SICILIA 

 

Due redattori del settimanale evangelico Riforma hanno effettuato qualche settimana fa un reportage in Sicilia inteso a dare un quadro dell'attività diaconale delle chiese Battiste Metodiste Valdesi Luterane  sulla tema dei migranti.

 

Sono attualmente attivi 3 poli: Vittoria [ Casa di riposo evangelica, ( circa un centinaio di posti )], Scicli [ Casa delle Culture, ( circa 40 posti )], Pachino [ Open Europe, ( 8 posti )]. A breve seguirà Catania [ Granello di Senape, ( circa 8 ÷ 12 posti)]. In totale il numero di migranti che possono essere accolti, ospitati, curati, acculturati, ecc.  è quindi dell'ordine di 150 persone.

 

Sono migranti di varie età che provengono dall'Asia e dall'Africa ( Pachistan, Niger, Costa D'Avorio, Mali, ecc. ) e che appartengono a varie tipologie: richiedenti asilo, minorenni [nell'ambito dei Centri Accoglienza Straordinari (CAS)], rifugiati.

 

Sono numeri esigui quelli dei posti disponibili rispetto all'imponenza del fenomeno migratorio ma se il tourn over fosse più rapido il numero di persone assistite potrebbe aumentare.

Infatti a Vittoria i rifugiati dovrebbero stare dai sei ai nove mesi ma con le lentezze della burocrazia, che ci mette molto a rispondere alle richieste di asilo, restano anche due o tre anni. Se poi una domanda d'asilo non viene accolta e si fa ricorso, i tempi si allungano ulteriormente». A Scicli, nonostante tutto, fino ad ora hanno potuto assistere ben 600 giovani.

 

Il reportage ha messo in evidenza il dramma dei migranti e la loro angoscia esistenziale la quale, a fronte delle violenze di ogni tipo e degli stress subiti nel loro viaggio dalle terre di origine fino all'approdo o all'arrivo ( quando soccorsi in alto mare ) nel suolo italiano,  non vede soluzioni nè facili e neanche rapide.

La Sicilia, e l'Italia in generale, è per questi migranti solo un luogo di passaggio. Le strutture di accoglienza diventano allora come prigioni che soffocano le loro speranze. Con notevole frequenza perciò anche gli ospiti delle nostre strutture si eclissano perché attratti da facili promesse e dal bisogno di libertà. Però così facendo entrano nel mondo della clandestinità dominato da forze negative: le ragazze entrano facilmente nel mondo della prostituzione, gli uomini entrano facilmente nel giro del lavoro nero o della criminalità.

La diaconia delle nostre chiese ha la valenza, rispetto all'esterno, di una testimonianza ma è una goccia rispetto al grande mare del fenomeno migratorio e ai malesseri sociali che pervadono le società europee.

Le chiese - se vogliono essere profetiche -non possono appiattirsi sul solo aspetto emergenziale ma devono indicare alla società la direzione verso cui muoversi per rendere i nostri paesi europei coerenti a quei principi cristiani che dovrebbero essere la base della Carta Europea.

Non è assolutamente un compito facile !

 

 

A seguire  il testo del reportage "Terminal Sicilia" che è stato pubblicato in otto articoli a firma di Claudio Geymonat e Federica Tourn. 

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Vittoria (RG) 

Seduta alla veranda che si affaccia sul giardino la signora Francesca, una vita dietro la cattedra, tiene in mano una grande fotografia di una foglia di acero e Mohammed, 22 anni, gambiano, chino sul tavolo, è intento a disegnarne varie copie che verranno poi colorate da Baba, 16 anni, ghanese. «Mi sembra di tornare ai tempi in cui ero circondata da ragazzi a scuola – sorride Francesca – «ma siamo tutti qui ad esser ringiovaniti grazie a questa nuova quotidianità». Il signor Francesco, 80 anni, poeta del gruppo, annuisce convinto e prepara nuovi versi da proporre in anteprima.      continua

 

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Da Vittoria a Scicli

Giovani migranti sradicati

Lo sradicamento segna in particolare i più giovani, che in numero sempre maggiore arrivano sulle nostre coste. Gli hotspot traboccano di minori non accompagnati, ragazzi e ragazze che cercavano   CONTINUA

 

 

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Si salvi chi può: l'hotspot di Pozzallo

 

 

Il dramma dell'hotspot di Pozzallo, dove i migranti restano anche settimane intere in attesa di una sistemazione

Pozzallo è a pochi km da Scicli e anche la Casa delle culture diventa indispensabile per decongestionare l'hotspot del porto nei momenti di maggiore afflusso. «Dopo il terribile naufragio del 3 ottobre del 2013 (366 morti e 20 dispersi a poche miglia dal porto di Lampedusa, ndr), chi arrivava a Lampedusa veniva dirottato su Pozzallo: per questo motivo il Ministero dell’Interno ha sollecitato la Federazione a trovare un luogo per fare accoglienza non troppo distante dall’hotspot», racconta Francesco Sciotto, pastore di Scicli, Pachino e Vittoria, membro della Commissione sinodale per la Diaconia e fra i responsabili del progetto Mediterranean Hope.     CONTINUA

 

 

 

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Ufficio di collocamento a cielo aperto

Le storie di chi è riuscito ad arrivare in Sicilia e ora spera in un futuro diverso

 

E’ sufficiente ascoltare le loro storie per capire. Seguire lo sguardo mentre parlano, la voce bassa, i ricordi che si accavallano nel tentativo di spiegarti cose per te impensabili, e passare oltre il più presto possibile.

Mamadou (nome di fantasia), 16 anni, viene dal Benin, gli occhi non si sollevano mai dal tavolo mentre racconta il suo viaggio. In treno fino in Niger «e qui al confine il primo arresto. Una settimana in prigione senza cibo né acqua». Poi le porte che si aprono, senza un perché. Tutti fuori, avanti. Ad attenderli fuoristrada stipati all’inverosimile, ad attraversare il deserto di una nazione grande quattro volte l’Italia. «A volte qualcuno si sentiva male, cadeva dal pick up in mezzo alla strada, ma nessuno si fermava a prestargli soccorso». Al confine con la Libia il capitale umano, 32 uomini pigiati nel cassone aperto sotto il sole tropicale, cambia di proprietà. Arrivano altri autisti, altri mezzi, segno di una organizzazione strutturata, transnazionale, mafiosa. Che ha il suo terminale nei porti e nelle stazioni della Sicilia, dove altre figure avvicinano i ragazzi e li destinano a ruoli e mansioni che qualcun altro ha pensato per loro. Manovalanza a costo zero e prostituzione le figure che vanno per la maggiore in questo ufficio di collocamento a cielo aperto, vulnus gravissimo per un moderno Stato democratico.

 

Della Libia nessuno fra i ragazzi vorrebbe parlare: «Solo cose brutte lì, terribili». Botte nelle carceri che un tempo furono uno degli strumenti con cui il colonnello Gheddafi perpetuava il proprio dominio e che oggi sono più simili a un girone dantesco che a un luogo degno di appartenere a questo mondo. «Tre mesi sono stato in prigione in Libia. Un’esperienza impressionante, non merita che la racconti», ci dice ancora Mamadou. «Poi c’è stata una specie di rivolta e siamo riusciti a scappare verso la costa». Ma per Mamadou prima c’era stata un’altra storia, un altro abisso, specchio dell’abiezione umana: «Dal Niger noi siamo passati in Algeria. Qui, dopo il solito periodo in carcere che deve trascorrere chi non ha soldi per pagare le guardie al confine, sono stato avvicinato da una persona che mi ha detto di aver bisogno di un domestico, un factotum in casa». Questa persona è un ingegnere, la sua è una villa, il lavoro è molto. Sono i soldi a non arrivare: «Mi ha detto di aver aperto un conto in banca a nome mio dove depositare il denaro che così non avrei sprecato; ma io ne avevo bisogno, soprattutto per spedirlo ai miei genitori, ai miei fratelli». Due anni dura questa condizione, e all’ennesima richiesta Mamadou viene picchiato e cacciato in malo modo. Dei soldi nemmeno l’ombra. Due anni. Ne aveva 14 quando ha varcato la soglia della bella casa algerina di cui è divenuto lo schiavo. L’età in cui i nostri figli scelgono se studiare al liceo o a un istituto professionale.

 

Sono migliaia i racconti di questo moderno esodo biblico. Un continente che perde le sue nuove generazioni, e un altro che non sa che farsene.

 

I resoconti dei giorni sulle coste libiche rendono l’idea della fretta, dell’ansia di partire e della disperazione di non capire né sapere dove andare. Seydou ci è rimasto mesi, sotto una continua minaccia di morte, prima di riuscire a imbarcarsi. 17 anni, viene della Costa d’Avorio e almeno lui un obiettivo chiaro ce l’ha: deve raggiungere sua sorella a Parigi, e una volta arrivato a Pozzallo è certo che oramai il viaggio si è concluso, il dramma è alle spalle. Se ne sta aprendo un altro invece, che per fortuna non è fatto di bastoni e scosse elettriche, ma di attesa. Giorni che diventano mesi per vedere esaminata una domanda di ricongiungimento familiare, che forse sarà respinta. Un tempo infinito fatto di ricorsi, avvocati, tribunali e forse un giorno qualcuno che invece di aprirgli le porte lo riaccompagnerà indietro, lo rigetterà nel girone.

 

«Ai loro racconti non ci si abitua mai – conclude Giovanna Scifo – così come al vederli lasciare la Casa delle Culture alla fine del loro soggiorno. Cerchiamo di non perderli, di continuare a seguirne il percorso anche quando se ne vanno. Con molti siamo ancora in contatto, soprattutto tramite whatsapp. Ci aggiornano, ci segnalano parenti in arrivo, uno ci ha addirittura mandato i risultati dei suoi esami per farci vedere che continua a studiare. Sono in giro per l'Europa, ognuno con il proprio sogno».

 

( 4° puntata 30 settembre 2016 )

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Una goccia nel mare

 

Il lavoro di frontiera di “Open Europe”, l'ultimo progetto della Diaconia valdese a Pachino

 

Anche a Pachino, Open Europe, l'ultimo progetto in ordine di tempo della Diaconia, offre assistenza agli ultimi fra gli ultimi. Persone abbandonate, in terra straniera, uscite - o mai entrate - dai vari programmi di accoglienza e protezione. Vagano per stazioni dei bus e del treno, corroborano le fila dei braccianti agricoli clandestini, tentano l'ennesimo trasbordo verso il resto d'Europa, senza documenti, incontro a parenti o amici o anche solo sperando nela fortuna. Soggetti vulnerabili, preda di affaristi, le iene di questa emergenza, pronti a nutrirsi delle carni molli di un'Europa incapace di mostrare le tanto evocate radici cristiane.

 

In concreto Open Europe opera con un'unità mobile gestita da Oxfam Italia e Borderline Sicilia, che fa la spola fra i luoghi di maggior concentramento di stranieri. Da quel punto in poi è contatto umano, sguardi, parole, tentativo di comprendere se in qualche modo è colmabile quel vuoto normativo che rende queste storie tutte diverse ma al contempo tutte simili. «Nell'assistenza ai rifugiati e migranti ci sono grandissime carenze», racconta Giusy Latino, psicoterapeuta, responsabile della casa appartamento della Diaconia valdese di Pachino, il secondo step di Open Europe, una residenza per coloro che scelgono di fidarsi e lasciarsi guidare da qualcuno che, conoscendo bene la lingua e le leggi in vigore, le aiuti a districarsi fra domande d'asilo, permessi di lavoro, eventuali ricongiungimenti famigliare: in una parola, una bussola nel mare magnum della burocrazia.

 

«Vedere questo vuoto non ci deve però scoraggiare, perché ci fa capire che siamo nel posto giusto, che stiamo fornendo una possibile soluzione ad un problema drammatico e reale a cui nessuno dava risposta».

 

Al momento, nell'appartamento di Pachino vivono otto persone, e forse altrettante presto arriveranno a Catania, dove la pastora battista Silvia Rapisarda è pronta per l'accoglienza. La pastora Rapisarda usa parole che suonano simili a quelle di Giusy Latino, segnale che il punto è centrato: «io credo che la Chiesa debba operare laddove le leggi dello Stato non arrivano, in aiuto a chi non trova nemmeno una norma a inquadrare la sua situazione. Ogni singolo essere umano che qui sbarca ha diritto a vivere con dignità, a proseguire il percorso o a fermarsi». Certo, ancora una volta stiamo parlando di una goccia nella marea degli arrivi quotidiani. Eppure dimostra che un modo diverso di gestire le emergenze è possibile, pur nei limiti delle forze disponibili.

 

Perché se si allarga lo sguardo alla situazione complessiva, si rischia di esserne disarmati. Nel solo mese settembre 2015 – gennaio 2016 e nella sola provincia di Agrigento, tanto per fare un esempio, la questura ha emanato decreti di respingimento per 1426 persone e di queste soltanto 311 sono finiti nei Cie ( Centri di identificazione ed espulsione ). Gli altri hanno ricevuto un foglio di via con scadenza a sette giorni e sono stati lasciati per strada, senza la minima soglia di decoro. Ovvio che in questo modo si vada ad ingrossare le fila del caporalato, della prostituzione, dei disperati accampati all'aperto, senza una sistemazione sicura.

 

 

( 5° puntata 4 ottobre 2016 )

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Impresa mafia

Il ragusano al primo posto in Italia quanto a pressione criminale sul territorio

 

In tutto il 2015 mancano all'appello nella sola Italia oltre 70mila persone che sono arrivate ma non sono state identificate. Sono ovunque, nei campi del sud, nelle fabbriche e nelle cascine del nord, in giro per l'Europa. Un esercito di irregolari che contribuiscono a far crescere il Pil delle economie stagnanti.

 

Ed ecco che la terra dei celebrati pomodori Ipg che, raccolti da ragazzi somali o afghani, arrivano nei nostri supermarket, assume un altro aspetto: nelle campagne a perdita d'occhio non si infittiscono soltanto le serre ma nascono Sprar, si creano centri di accoglienza per minori e cooperative sociali. Il rischio di infiltrazioni mafiose o di trucchi sui conti, cioè sulla pelle di queste donne e uomini, è pane quotidiano per gli inquirenti. Il pericolo insidioso della banalizzazione – rubano tutti, è tutto solo un business – è dietro l'angolo.

 

E la mafia qui non scherza. Nella provincia di Ragusa, che erroneamente per anni è stata considerata marginale rispetto ad altri poli mafiosi, in realtà opera e prospera una fitta rete criminale, che allunga le mani un po' ovunque ma in particolar modo nella filiera agroalimentare. Aziende su aziende che si occupano di fornire le cassette in legno per gli alimenti, i prodotti in plastica per il confezionamento e la trasformazione, tutte parte di un grande sistema criminale parallelo diventato talmente pervasivo che la Dia, la Direzione investigativa antimafia, ha collocato il ragusano al primo posto in Italia quanto a pressione criminale sul territorio. Anche chi racconta queste storie rischia: si è aperto in questi giorni il processo intentato dal giornalista Paolo Borrometi contro il boss di Vittoria Giambattista Ventura e altri suoi sodali per le pesantissime minacce di morte ricevute, che obbligano il giovane cronista a vivere sotto scorta lontano da quella che era stata casa sua. DaVittoria a Pachino, e poi fino nel siracusano e nel catanese, Borrometi e i suoi colleghi pubblicano facce e nomi degli affiliati alle cosche, mettendo nero su bianco quello che tutti sanno ma troppi qui hanno paura di dire, o anche soltanto di vedere. Lunga la lista delle attività immacolate, di facciata, utili a ripulire il denaro sporco, affidate a prestanome vari. Ampia la tela che soffoca una delle terre più belle d'Italia. Per la prima volta nella storia la Federazione nazionale della stampa si è costituita parte civile nel processo, segnale finalmente dell’attenzione che questi casi devono ricevere.

 

Resta la pratica del giorno per giorno, la professionalità nel fare rete, nell'avviare sinergie sul territorio. Competenze e passione per donne e uomini di frontiera, che sul limite d'Europa tentano di mostrare ai nuovi arrivati un volto differente dai muri e dai reticolati.

 

La chiamiamo realtà, perché definirla emergenza contribuisce alla costruzione di un carattere straordinario e provvisorio, e data la fretta magari anche privo di regole, di un fenomeno che invece è parte strutturale del periodo che stiamo vivendo. E come tale va affrontato da un'Unione Europea priva di un sentire comune, incapace di diventare legame di popoli, e terribilmente debole nei confronti di chi crede che siano i muri le soluzioni, o di chi fa il puro scaricando sugli altri un dramma planetario.

 

«Il primo ospite nell'alloggio di Pachino, che un tempo era la casa del pastore che oggi si divide fra Scicli, Vittoria e Pachino appunto, è entrato il primo giugno di quest'anno», racconta ancora Giusy Latino. «Per lui, dal momento che è in possesso del permesso di soggiorno, è stato addirittura possibile avviare un contratto di lavoro con un'azienda balneare della costa». L'orgoglio dei primi soldi guadagnati in quella che è la sua nuova patria ne ha fatto il leader non ufficiale dell'alloggio, sostanzialmente autogestito dagli otto ragazzi, sei maggiorenni e due minorenni. Anche per loro dunque, i respinti dagli hotspot, il regalo di una speranza di un domani normale. Fra loro c'è anche un neomaggiorenne, appena espulso dalla comunità per minori che lo ospitava, e vari migranti considerati “economici”, e quindi in teoria probabili oggetto di respingimento in quanto non destinatari dello status di rifugiati. In teoria, perché per l'appunto fra iter lunghi e fughe per nascondersi il rischio più concreto è che se ne perdano le tracce. Ora che l'anno scolastico è iniziato, siederanno anche loro sui banchi per proseguire il percorso, un esito certamente fortunato di fronte ai moltissimi che invece, sbarcati in Sicilia, invece non trovano assistenza e risposte adeguate.

 

 

( 6° puntata 5 ottobre 2016 )

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Catania evangelica, una tradizione di accoglienza

In città si inaugura il 17 ottobre un nuovo appartamento destinato ai migranti, con un progetto di avviamento al lavoro.

 

Nelle chiese di Catania c'è una lunga tradizione di accoglienza. Già negli anni '80 del Novecento, con l'ondata di arrivi dall'Eritrea: «ricordo un gruppo di eritrei copti che, una volta in Italia, si sono appoggiati alla chiesa battista dove mio padre era pastore», racconta Silvia Rapisarda, oggi pastora sia della chiesa valdese di via Naumachia che di quella battista di via Capuana.

 

«Da quell'esperienza è nata una scuola di italiano, che aveva sede nei locali valdesi di via Cantarella – continua Rapisarda – I corsi si sono interrotti con l'integrazione della comunità eritrea in città, ormai siamo alla seconda generazione nata qui. In via Naumachia i valdesi hanno poi ospitato un gruppo di africani». Le scale che conducono alla casa pastorale portano le foto e i nomi dei pastori che dalla seconda metà dell'ottocento in poi hanno servito qui la chiesa valdese.

 

La chiesa battista sta invece alle spalle dal mercato di piazza Carlo Alberto, cuore multietnico della città, quindi luogo d'elezione per il mondo battista, fra le sterminate bancarelle della fiera, tappa obbligata per chi vuole vivere i suoni e gli odori di Catania.

 

Oggi a fare lezioni di lingua ai nuovi migranti ci pensa “Cataniainsieme”, un'associazione nata in casa protestante e ospitata in chiesa battista ma che coinvolge anche molte persone che non sono della comunità. Organizzano iniziative culturali e di integrazione, gite per le scuole e serate sociali per conoscersi e per quello che la pastora chiama una «contaminazione reciproca». L'associazione coinvolge molti asiatici, bengalesi, nordafricani, cinesi: succede anche che alcuni comincino a frequentare il culto e le attività ecclesiastiche.

 

Come ovunque, anche qui i più vulnerabili sono i minori: «Siamo entrati in contatto con i ragazzini del centro di prima accoglienza nell'aprile del 2015 – dice la pastora – la situazione è sempre la stessa: vivono in strutture o case famiglia spesso sovraffollate e inadeguate alle loro esigenze; per questo insieme alla chiesa luterana abbiamo cominciato a occuparci di loro, organizzando cene e momenti di incontro». Hanno essenzialmente bisogno di accompagnamento umano, di qualcuno che li sostenga, che li aiuti ad orientarsi. Quasi nessuno vuole fermarsi in Sicilia; quando finalmente hanno i documenti in tasca preferiscono proseguire il viaggio verso il nord, andare a lavorare in Germania.

 

«Li aiutiamo quindi a comprare i biglietti, le valigie, e poi restiamo in contatto con loro. Si crea un legame fortissimo in così breve tempo che pare naturale continuare a sentirsi, per capire se il loro cammino prosegue», aggiunge la pastora.

 

Il dramma è che, se va bene, per questi ragazzi e ragazze si fa accoglienza ma non si costruiscono dei percorsi duraturi: niente opportunità lavorative sul medio-lungo periodo, niente borse di studio per i più meritevoli, e quindi non è raro che una volta diventati maggiorenni si trovino in mezzo alla strada.

 

«Insieme ai luterani abbiamo deciso di affittare un appartamento che inaugureremo il 17 ottobre– spiega ancora Rapisarda – una casa con 8-12 posti, destinati a chi mostra il desiderio di studiare e inserirsi sul nostro territorio. Cercheremo di fare formazione al lavoro, creando una rete di “mastri di bottega” disponibili a insegnare loro dei mestieri, oltre a fornire assistenza e accompagnamento medico-legale».

 

Intanto sta decollando "La città invisibile", un progetto Arci a cui collabora anche CataniaInsieme: sono gli stessi migranti chiamati a preparare le mappe per un loro personale percorso turistico della città all'interno di un più ampio stage relativo alla comprensione e alla conoscenza del territorio in cui i ragazzi si trovano a vivere. E saranno loro stessi a fare da guida ai visitatori interessati a un tour storico e sociale assai interessante, che vedrà fra le mete anche la chiesa valdese di via Naumachia.

 

Chiesa che sorge nel quartiere più popoloso e più antico di Catania, San Cristoforo, un dedalo di strade e vecchi palazzi incombenti, un senso generale di disfacimento in una zona che regala scorci meravigliosi e inattesi, traditi da tanta incuria, a due passi dal centro, dalla cattedrale, dal municipio. Altissimi qui il tasso di disoccupazione e il livello di povertà, brodo di coltura ideale per il cancro mafioso, che ha fatto di queste vie una delle vie principali dello spaccio di stupefacenti dell'intera area etnea. Qui è nato Benedetto "Nitto" Santapaola, uno dei maggiori capi mafia degli anni '80 e '90, condannato all'ergastolo fra l'altro per la strage di Capaci e per la morte del giornalista Giuseppe Fava. Ma qui operano anche moltissime associazioni, religiose e laiche, sociali, culturali che sono l'anima bella del quartiere, con molti giovani coinvolti, speranza per un futuro da disegnare con altri colori.

 

( 7° puntata 6 ottobre 2016 )

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Terminal Sicilia ultimo atto ?

La pastora Rapisarda: «La chiesa deve aprire le porte agli ultimi che tutti gli altri respingono»

 

Sotto l'Etna, oggi, ci sono traffici  che riguardano proprio i migranti. Catania è probabilmente lo snodo principale da cui si innervano le reti criminali che portano al nord Italia e all'estero chi non ha il permesso di soggiorno o, semplicemente, chi viene usato dai trafficanti come fosse una merce di contrabbando. Ieri le sigarette e la droga, oggi anche gli uomini e le donne – e le rotte utilizzate spesso sono le stesse. Un “affare” che assicura grandi profitti senza grossi rischi, se si pensa che ogni siriano che arriva in Italia dalla Turchia o dal Libano paga dai 4mila ai 6mila euro per il passaggio via mare, e che soltanto nel 2014 sono arrivati 50mila siriani sulle nostre coste, è facile capire la portata dei guadagni per le organizzazioni criminali.

 

Come ha sottolineato Giovanni Salvi, procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma, con una lunga esperienza di procuratore a Catania, punire i trafficanti è anche un impegno politico, affinché «i cittadini europei comprendano la gravità del fenomeno e accettino di accogliere i migranti come vittime del traffico, quali essi sono», ha detto in un intervento alla Pontificia accademia delle Scienze sociali. «Punire i responsabili di questo traffico è un imperativo morale per riaffermare che ogni essere umano è fine a se stesso e non può essere considerato un oggetto di profitto. Punire i migranti per il solo fatto di migrare non ha invece alcun fondamento e può avere conseguente negative, spingendolo verso la clandestinità», ha sottolineato il procuratore Salvi.

 

Senza contare, come è stato più volte ribadito, che è proprio nella clandestinità che il migrante si trasforma nella vittima dello sfruttamento intensivo, sia nella prostituzione che nel lavoro nero.

 

A questo proposito Silvia Rapisarda non ha dubbi: «Essere chiese significa principalmente rivolgere la nostra attenzione a chi è meno tutelato, spesso tagliato fuori dalla fruizione di servizi poiché non rientra nelle categorie che per legge garantiscono una qualche forma di assistenza. La collaborazione con le istituzioni è necessaria, ma anche problematica nella misura in cui sono proprio le leggi e le politiche sull’immigrazione, nazionali ed europee, ad essere problematiche. Le Chiese possono e devono mantenere la loro autonomia d’interpretazione del “fenomeno” delle migrazioni. Le Chiese possono e devono essere profetiche. Farsi prendere dalla narrazione dell’emergenza significa appiattirsi sul pur indispensabile intervento umanitario. Noi abbiamo il compito di dare un’informazione reale, non asservita a interessi politici, di fare controcultura e promuovere campagne di diritti e cittadinanza attiva,  di fare pressione politica dove serve, affinché leggi e politiche ingiuste cambino. In passato questo lavoro ad ampio spettro, portato avanti dal Servizio Rifugiati e Migranti della FCEI, era evidente e condiviso con chi a livello locale si occupa di immigrazione, spero si riprenda questa strada o la si renda manifesta poiché rischiamo, anche dentro le chiese, di perdere di vista il nostro specifico sui temi delle migrazioni».

 

Perché gli arrivi non si fermano. Più di 11mila migranti sono sbarcati in Sicilia in soli due giorni, nell'ultima settimana. Inutile appuntarselo, perché appena cerchi gli ultimi dati, i numeri nel frattempo sono già cambiati, e presto altri bambini nasceranno sulle navi della Guardia costiera, altri moriranno sulle spiagge a un passo dalla terra promessa. E chissà quanti uomini e donne si sono persi durante il viaggio, quanti cadranno ancora lungo la strada, quante commemorazioni del 3 ottobre, Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, dovranno essere fatte prima che l'Europa si faccia carico in modo equo del dramma di chi non ha altra scelta che prendere la via del mare?

 

 

( VIII e ultima puntata, 7 ottobre ) 

 

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